Piani di ricostruzione, così nacque lo scontro politico

14 Maggio 2016

L’AQUILA. Durante il convegno su «L’Aquila città mutata» c’è stato l’intervento dell’architetto Chiara Santoro (nella foto), dirigente del settore comunale pianificazione e ripianificazione del...

L’AQUILA. Durante il convegno su «L’Aquila città mutata» c’è stato l’intervento dell’architetto Chiara Santoro (nella foto), dirigente del settore comunale pianificazione e ripianificazione del territorio. L’architetto Santoro ha ripercorso tutte le fasi del post sisma: dalla nascita del Case, ai map, per arrivare al piano di ricostruzione della città che fu al centro di un durissimo scontro fra il Comune dell’Aquila e la struttura commissariale guidata da Gianni Chiodi. Spesso si è detto che quello fu uno scontro essenzialmente politico: da una parte e dall’altra c’era la voglia più o meno celata di guidare i processi di ricostruzione che significava potere e ricaduta positiva in termini elettorali. La Santoro ha raccontato quei passaggi con un candore tale – e con argomentazioni talmente convincenti e scevre da ogni sottolineatura di tipo politico – che ha ricondotto quella polemica a questioni più tecniche indicando alcuni passaggi che spiegano meglio lo scontro. Bisogna andare a riguardare il “famoso” decreto 3 del Commissario delegato che porta la data del 9 marzo 2010. Si badi bene: la Protezione civile era uscita di scena da poco più di un mese ed era quello il primo documento in cui si indicavano le linee della ricostruzione dei centri storici. Veniva spiegato che i sindaci dovevano fare obbligatoriamente i Piani, veniva messo nero su bianco la nascita di un coordinamento che si sarebbe occupato dei Comuni minori (decretando così una separazione che porterà alla nascita dei due uffici speciali) e, come già sottolineato, si cominciava a parlare di centri storici. Il Comune contesta quel decreto. Innanzitutto, come ricorda oggi al Centro l’assessore Pietro Di Stefano, non era chiaro affatto quale fosse il riferimento normativo di quei Piani (che quindi già in partenza erano scatole vuote) ma soprattutto il decreto 3 metteva in “frigorifero” la ricostruzione dell’asse centrale della città e individuava sei aree a breve al limitare delle mura (Banca d’Italia-Belvedere, Lauretana, ex San Salvatore, Santa Maria di Farfa, Porta Napoli Ovest, porta Napoli Est). Aree a breve significa, al di là dei paroloni, che sarebbero state le prime a essere finanziate. Il Comune si ribella – anche se sul momento non poté fare molto – perché la volontà dell’amministrazione (nel gennaio 2011 arrivò anche la famosa mozione consiliare trasversale a firma di Carlo Benedetti ed Enzo Lombardi) era di dare priorità all’asse centrale mentre quelle che venivano indicate dal Commissario come aree a breve secondo il Comune dovevano avere un percorso diverso in quanto zone da riqualificare. I ritardi accumulati nell’avvio della rinascita del centro storico sarebbero nati da questa diversa visione. Per l’asse centrale si trovò comunque una via di uscita: grazie all’accordo con la Soprintendenza, a colpi di milioni di euro, partì la ricostruzione dei palazzi vincolati. (g.p.)