Piano case, ecco come è nato il grande pasticcio

17 Giugno 2016

Il progetto fu di Gian Michele Calvi che lo propose a Bertolaso Da risorsa per gli sfollati al rischio bancarotta per il Comune

L’AQUILA. La storia del progetto Case (i 4.449 alloggi costruiti nel post sisma per ospitare gli sfollati) a guardarla con un minimo di distacco a sette anni di distanza è la classica storia all’italiana. Quando gli alloggi vennero costruiti fu tutto uno squillare di trombe con inaugurazioni in diretta Tv, dichiarazioni entusiaste da parte di rappresentanti del governo e degli enti locali, foto con sorrisi a 32 denti (che cosa ci fosse poi da ridere vallo a sapere), popolo (quasi tutto) che osannava gli “angeli” scesi in terra a soccorrere i poveri terremotati con in testa l’arcangelo Gabriele, alias Guido Bertolaso.

Adesso che il piano Case da risorsa (per chi nel 2009 aveva perso l’abitazione) è diventato un problema per le casse comunali, e quindi per le tasche degli aquilani, sono tutti lì a rinfacciarsi quel progetto e a negare di averlo voluto.

IL DIAVOLO. Il Piano Case oggi è il “diavolo” che potrebbe portare nel giro di qualche anno alla bancarotta del Comune (per i costi della manutenzione e il mancato pagamento delle bollette sui consumi). Le colpe? Come al solito sono sempre degli altri; gli altri dicono che sono degli altri ancora; gli altri ancora accusano altri non ben identificati. Nel racconto “eroico” che gli attuali amministratori fanno della ricostruzione della città c’è spazio solo per i soldi (degli italiani) in arrivo, per i palazzi, “più belli che pria”, per il futuro luminoso degli aquilani, per una città che presto sarà fra le 50 più belle d’Europa.

IL MITO. Il “mito” della nascita del piano Case dice che fu un’idea dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il quale appena giunto all’Aquila nelle ore successive al terremoto propose _ lo disse al sindaco Massimo Cialente _ una «nuova città» nella piana di Bagno dove alla fine della seconda guerra mondiale i tedeschi avevano realizzato un aeroporto militare. Quella era l’idea ma ci voleva chi la mettesse nero su bianco. Ed ecco che entra in scena Gian Michele Calvi (che ritroveremo poi anche nella cosiddetta indagine Grandi Rischi) presidente di Eucentre una Fondazione (con dentro anche Protezione civile e Ingv) con sede a Pavia che ha fra i suoi compiti quello della riduzione del rischio sismico.

IL PROGETTO. Calvi in un’intervista rilasciata a Stefano Cianciotta nel settembre del 2009 per la rivista “Il nuovo cantiere” dice testualmente: «Già il 6 aprile discutevo con Guido Bertolaso su quale fosse la soluzione più intelligente per dare una casa ai senzatetto, della possibilità di saltare la fase dei container e degli alloggi provvisori. L’8 aprile immaginavo la struttura organizzativa del progetto con un coinvolgimento diretto di uffici tecnici di imprese che non avrebbero partecipato ai lavori, ma solo contribuito alla gestione. La struttura prese poi corpo nella costituzione di un consorzio senza fini di lucro tra la fondazione Eucentre e due imprese. Nei giorni di Pasqua, tra il 10 e il 15 aprile, i miei collaboratori lavoravano giorno e notte a mettere sulla carta l’idea progettuale, calcolando il sistema di isolamento e le piastre, progettando in via preliminare i moduli abitativi. Nella seconda metà di aprile i tecnici delle imprese conducevano analisi di mercato per verificare l’effettiva possibilità di realizzare gli edifici in sei mesi. Il Dipartimento della Protezione Civile lavorava ai complessi aspetti normativi per rendere l’impresa possibile e gestibile. Il consorzio ForCase iniziava a lavorare in modo organico, costituendo una struttura tecnica che nel corso del mese di maggio avrebbe superato le cento persone. In maggio si redigevano i capitolati e si effettuavano le gare. I cantieri aprivano il 9 giugno». (A questo punto ci vorrebbe un bene, bravo, bis).

PALAZZONI. Da questa intervista sappiamo che mentre in città ancora non si era abbassata la polvere delle macerie c’era già chi pensava a costruire palazzoni “non provvisori”. Un’idea progetto che non nasceva il sei aprile ma era stata già studiata per vari obiettivi e messa in opera alla prima occasione utile. E’ tanto vero questo che, nei giorni immediatamente successivi al terremoto, sui giornali cominciarono a uscire immagini di come sarebbero stati gli alloggi del Case: immersi nel verde, piante, panchine, giochi per bambini, balconi panoramici, figurine di mamme e papà con bimbi a braccetto. Insomma un piccolo paradiso terrestre che a qualcuno apparve (soprattutto ai rifugiati sulla Costa che leggevano i giornali in spiaggia) come addirittura migliore della casa, inagibile, in cui aveva vissuto fino al 5 aprile. È già lì che inizia l’operazione mediatica: cari sfollati _ fu il ritornello _ noi vi daremo in sei mesi case vere, quella di prima per ora dimenticatevela, se ne riparlerà a tempo debito. Ma torniamo alla proposta iniziale del premier: costruire una sola nuova città, L’Aquila 2, sul modello di Milano 2 di cui il costruttore Berlusconi si faceva vanto in Italia e nel mondo.

IL NO DEL SINDACO. La proposta non piacque agli amministratori locali anche perché soprattutto dalle frazioni giungeva una sorta di grido di dolore: se ci portate tutti dentro una sola nuova città i nostri paesi saranno abbandonati per decenni, le storie comunitarie e personali saranno sradicate e si correrà il rischio che quando i borghi verranno ricostruiti non ci tornerà nessuno e resteranno scatole vuote. La Protezione civile si fece convincere da Cialente (e questo dimostra che l’ente locale, se voleva, aveva voce in capitolo) e decise che non ci sarebbe stata una sola new town ma tante piccole nuove città. A quel punto però bisognava scegliere le aree.

AREE. E chi le doveva scegliere? Ma il Comune naturalmente che, nel giro di poche settimane incaricò due tecnici esterni all’amministrazione _ se pur vicini politicamente al centrosinistra _ che lavorando anche loro notte e giorno in una ex scuola elementare decisero, di fatto, la nuova struttura urbanistica della città riempiendo di Piani case la parte nord ovest dell’Aquila (dove il sisma aveva fatto meno danni) e dimenticando molte frazioni a est che poi, a partire da Onna e San Gregorio, saranno costrette, alzando la voce, a far ricorso ai map pagati dalla Croce Rossa. Le aree su cui costruire i Piani, come indicava la normativa, dovevano essere possibilmente di proprietà pubblica. Ma non fu evidentemente così (forse era anche materialmente difficile) tanto che ancora oggi ci sono determine comunali per pagare gli espropri. Le leggende raccontano di presunti favori a poteri forti. Di terreni scelti in base a logiche non ben chiare. Ma sono, appunto, leggende che non hanno mai trovato riscontri e che resteranno per sempre chiacchiere da bar.

1) continua