Piano Case, il quartiere che non c'è

16 Marzo 2011

A Cese di Preturo tra anziani soli e servizi carenti: qui manca tutto

L'AQUILA. «Signiora italiana esperienza ospedaliero cerca lavoro per assistenza anziani». Progetto Case di Cese di Preturo, martedì mattina, ore 9,30. Meno male che è una giornata di sole, altrimenti sui ciottoli dei vialetti, tra un casermone e l'altro, non s'incontrerebbe nessuno. Le prime presenze umane sono due donne non residenti. «Siamo volontarie, parliamo con la gente», dicono, non facendo mistero del loro apostolato di Testimoni di Geova. «Vorresti conoscere la verità?». Chi non lo vorrebbe.

Specialmente qui, tra via Fellini e via Magnani, in uno dei più popolati tra i 19 non-luoghi, i nuovi quartieri che se sono serviti, e servono, sì, per dare un tetto a chi l'ha perduto, oggi, due anni dopo il sisma, sono perlopiù dormitori riservati a una popolazione a maggioranza anziana. Le giovani coppie, i lavoratori, gli studenti, trovano il modo di passare la giornata in altre occupazioni.

Il dramma, qui, per loro stessa ammissione, è quello degli anziani. Se ne incontrano pochi, ma a sentirli parlare è come se si fossero messi tutti d'accordo. «Lamentarsi è peccato, ma stare qui non è vita». Punto.

Tonia Parisi, la volontaria di Geova, riferisce i racconti degli anziani con cui entra in contatto ogni giorno. «Solitudine, questa la grande nemica di queste persone che passano intere giornate in casa», spiega. Soli, e in più lontani dai luoghi d'origine, dalla loro casa, dal loro piccolo mondo. «Qualcuno ci dice che il massimo che si concedono è andare a piedi alla farmacia oppure al giornalaio. Tutto qua. Noi facciamo la nostra parte, come abbiamo fatto fin dai tempi delle tendopoli. Offriamo corsi biblici alla gente, che adesso, dopo un'iniziale fase di maggiore disponibilità all'ascolto, si è fatta di nuovo travolgere dal tran-tran quotidiano».

Due anni dopo il terremoto, qui i lavori non sono ancora finiti. Attaccati ai pilastri che reggono le piastre antisismiche ci sono cartelli che avvisano dell'installazione degli impianti fotovoltaici sui tetti: inizio lavori 24 febbraio, fine lavori 8 aprile. Un manifestino dell'istituto Don Milani di Pizzoli invita a iscrivere i bambini alla sezione primula-primavera (da 15 mesi a 3 anni). Si ferma la prima auto.

Dall'utilitaria scende Eva De Acutis che si è fatta accompagnare da una ragazza per fare la spesa. «Se qui hai bisogno di una cosa non sai dove andare», dice la residente. «Non c'è niente. Per fare la spesa serve la macchina. Non ci sono negozi, manca un piccolo mercato. Pure la chiesa è ancora sotto la tenda: quando fa freddo è difficile starci e quando è caldo pure. La mia casa è in viale Giovanni XXIII ma non ci si può stare. In centro è tutto fermo. Qui, certo, si sta bene e al caldo. Non ci possiamo lamentare, mica stiamo nei container. Tuttavia con piccole cose si potrebbe migliorare».

Giorgio Pomero
, che abita provvisoriamente a Coppito 3, è qui di passaggio. «Queste case sono confortevoli, persino troppo calde», dice. «Ma ci sono diversi problemi tra i quali quello della consegna della corrispondenza. Molti di noi, a pagamento, hanno attivato un servizio postale a pagamento che, però, non funziona. Bisognerebbe migliorare anche il meccanismo di chi è costretto a cambiare alloggio perché in 48 ore di tempo è difficile fare tutto». Un giovane padre a spasso nel parco giochi si rammarica del fatto che «per la nostra casa E a San Francesco non si è mosso ancora nulla. Pensate che ci sono voluti 18 mesi per metterla in sicurezza, figuriamoci il resto. Sul piano Case niente da dire: sono alloggi caldi, antisismici e ben fatti. I marciapiedi sono invasi da escrementi di animali. La cassettina per prendere le palettine è completamente ostruita da rifiuti di ogni tipo. Nei garage si notano svariate pozze d'acqua causate dalle perdite. Ma gli autobus funzionano? Alla fermata c'è Lino Crema, 81 anni, casa in via XX Settembre. «C'è un pullman ogni ora per L'Aquilone, sabato e domenica niente. Sto andando a scommettere sull'Inter. Casa mia? Temo di non poterci rientrare più».

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