Pineta malata, 500 alberi devono essere abbattuti

10 Febbraio 2018

L’assessore Presutti compie un sopralluogo con gli agronomi e avvia uno studio «Alcune piante pericolose per i podisti, metteremo essenze arboree autoctone»

AVEZZANO. Prima piazza Torlonia. Adesso la pineta. Ci sono almeno 500 piante da abbattere. Anche stavolta l’assessore all’Ambiente, Crescenzo Presutti, va dritto per la sua strada. Nei giorni scorsi ha compiuto un sopralluogo tra gli alberi nella zona nord di Avezzano con gli agronomi Stefano Komel e Marco Fattoretti. Nell’area, che si estende per 23 ettari, ci sono oltre 17mila pini.
«Abbiamo avviato uno studio specifico sulla pineta grazie al supporto di due specialisti, così come fatto per piazza Torlonia», commenta l’assessore all’Ambiente, «negli anni non si è prestata abbastanza attenzione al diradamento e molti pini neri sono cresciuti in modo anomalo. E non essendoci mai stata una programmazione pluriennale, molti alberi sono danneggiati e rappresentano un rischio per l’incolumità dei tanti sportivi che frequentano il parco».
L’intento dell’assessorato all’Ambiente, quindi, è quello di iniziare a programmare gli interventi nella pineta per fare in modo che gli alberi a rischio possano essere individuati, abbattuti e sostituiti da nuove specie.
«Prevediamo di toglierne almeno 500», continua Presutti, «e saranno impiantate nuove essenze arboree autoctone grazie alla collaborazione con il vivaio Marsica di via Pertini e col supporto dell’Istituto agrario Serpieri. In questo modo riusciremo a tutelare gli sportivi e a puntare ad avere una pineta sempre più verde». Il polmone della città anche in passato è stato oggetto di interventi di diradamento degli alberi: il primo una ventina di anni fa, l’ultimo 8 anni fa quando furono abbattute circa mille e 700 piante e ne furono ripiantate mille. Di queste, però, pochissime hanno attecchito, a causa della siccità e dei vandali.
La pineta ha un secolo di storia, realizzata durante la Prima guerra mondiale dai prigionieri austro-ungarici portati nel campo di concentramento allestito nella zona e diviso in quattro settori. Le prime costruzioni furono realizzate con materiale ricavato dalle baracche usate per l’emergenza terremoto. Il campo poteva ospitare 15mila prigionieri e circa mille soldati. Gli stessi prigionieri ebbero il compito di piantare gli alberi.
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