Pitoni “racconta” la Piazza del Mercato

8 Agosto 2019

Lo storico: «Quei sette alberi testimoni di un’epoca e di una storia che non può essere cancellata»

La zona che ora va da Piazza della Repubblica alla Stazione Ferroviaria, fino al 1915 era delimitata da due grandi proprietà: le Chiuse Orlandi/Mazzenga e Pace: quest’ultima comprendeva acque sorgive di tre laghetti naturali situati esattamente dove ora sono Piazza Risorgimento, Piazza del Mercato e l’edificio del Liceo Classico: d’estate qualche spericolato vi faceva il bagno. Dopo il disastroso terremoto, sorse la nuova città e scomparvero i tre laghetti: sull’alveo di uno dei tre, si organizzò un mercato di frutta e verdura. Bianchi, Antonini, Scipioni ed altre famiglie contadine, coltivavano gli orti che, posti a sud di via XX Settembre, erano facilmente irrigabili per le abbondanti acque che sorgevano nelle zone limitrofe: zucchine, cetrioli, cavoli, indivia, lattuga e tutto quanto può produrre un orto, veniva giornalmente esposto e venduto nell’affollatissima Piazza del Mercato.
Nei mesi estivi, lungo il tratto posto a Ovest della piazza, sostavano quattro venditori ambulanti di angurie che gli avezzanesi hanno sempre preferito chiamare cocomeri: il primo e più popolare era Mario D’Alessandro appartenente all’antica famiglia avezzanese di Trequatrini. Tutti, principalmente i ragazzi, vi acquistavano fette gustose del frutto, che erano assaporate avidamente sul posto: il viso, puntualmente bagnato, veniva poi lavato con l’acqua che sgorgava dall’adiacente fontanella pubblica ancora esistente. I più abbienti (anche i più poveri ma nel solo giorno antecedente Ferragosto), individuavano un’intera anguria ma prima dell’acquisto pretendevano che venisse effettuata un’operazione: con il coltello, il venditore doveva incidere je cocómmere, estraendone un tassello (tàste) per verificare che il frutto fosse maturo al punto giusto. Nel secolo precedente erano coltivati in loco, ma successivamente furono importati: il mattino, poco dopo l’alba, autoveicoli stracolmi, provenienti dai mercati generali capitolini e del litorale tirrenico, dovevano essere scaricati anche a cura di collaboratori occasionali e tra questi non mancava mai Antonio Spera più noto come Nìne Cacàccia: simpatico personaggio, molto semplice nel linguaggio e nei ragionamenti, ma schietto e sincero, visceralmente sostenitore dell’avezzanesità, che dileggiava coloro che osavano non esprimere apprezzamento per la sua città natale. Perì, sfortunatamente, a seguito di incidente stradale, la sera del 4 giugno del 1988.
Ora i sette alberi, muti ma preziosi testimoni di un’Avezzano ricca di personaggi e fatti di un’epoca in via di estinzione, sono immolati sulla strada di un processo inarrestabile che molti (ma non tutti) chiamano progresso: essi, non secolari come qualcuno ha detto, hanno non meno di 90 anni. La città ha bisogno di essere abbellita e modernizzata ma ciò non autorizza alcuno a cancellare quanto i nostri avi hanno costruito per la resurrezione del luogo natio annientato dalla furia devastatrice del sisma.
*storico
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