Ponte Belvedere, il Comune affida altri test all’Ateneo

21 Giugno 2020

Le verifiche chieste al dipartimento di Ingegneria civile per accertare lo stato di ammaloramento della struttura

L’AQUILA. Nuove indagini per il ponte Belvedere. Dopo le prove di carico per testare la resistenza della struttura a seguito del terremoto e uno studio del 2014, l’Università dell’Aquila, e in particolare il dipartimento di Ingegneria civile, diretto dal professore Dante Galeota, nelle prossime settimane tornerà a verificare lo stato di ammaloramento del ponte. Le indagini, richieste dal Comune, potrebbero decidere le sorti di un collegamento fondamentale per il traffico cittadino, chiuso dal 6 aprile 2009. Intanto, mentre si susseguono le proposte di ristrutturazione o di abbattimento e ricostruzione, nonché gli incontri pubblici, negli anni le normative sui ponti sono cambiate complicando di fatto la situazione e allungando i tempi di ogni eventuale intervento. «Il Comune ci ha chiesto nuove indagini per verificare lo stato di ammaloramento del ponte a partire dall’epoca in cui era stato presentato il progetto di consolidamento da parte dell’Ateneo, che poi è stato messo da parte», spiega Galeota. Perché le verifiche possano cominciare, tuttavia, gli ingegneri aspettano che venga messa a disposizione una piattaforma che possa arrivare a 22 metri di quota, dove si trova la travata del ponte. «Bisogna tener conto del fatto che il ponte non ha mai ricevuto manutenzione da quando è stato realizzato e che dal 2009 è in stato di abbandono», continua il docente. «Il problema di fondo è però un altro: abbiamo fatto il progetto di consolidamento in base alle norme del 2008, allora in vigore». La legge prevedeva ponti di prima, seconda e terza categoria. «In particolare tra la prima e la seconda c’è una differenza di carico, a livello progettuale, molto importante», prosegue Galeota. «Il Belvedere era stato realizzato all’epoca come un ponte di seconda categoria, perché era previsto che fosse utilizzato soprattutto per il traffico urbano, non per quello pesante. L’aggiornamento della normativa, del 2018, prevede adesso una sola categoria: la prima. Per questo motivo quel ponte, se dovesse essere adeguato, dovrebbe essere in grado di sostenere carichi estremamente rilevanti. Se si dovesse decidere di utilizzare il ponte solo per traffico cittadino, come prima del sisma, bisognerebbe attuare restrizioni d’uso» spiega il docente, «il che significherebbe inserire sensori al di sotto della pavimentazione stradale collegati a un semaforo che si accenderebbe nel caso in cui dovesse avvicinarsi un mezzo pesante». Molti i lavori da fare, invece, qualora venga consentito l’accesso anche ai camion. In ogni caso, il destino del ponte è ancora tutto da scrivere. «Le tecnologie che oggi abbiamo a disposizione permettono di salvare il ponte, dovendolo ricostruire invece potrebbe avere un aspetto molto diverso dall’attuale. Una decisione non facile da prendere che va inquadrata in un’ottica più generale: il Comune deve stabilire il da farsi per riqualificare l’intera area. Ci sono tanti parametri da tenere in conto», conclude Galeota, «non ultimo il valore storico del ponte, uno dei primi esempi in Italia, dopo la guerra, realizzato in cemento armato precompresso. All’epoca un esempio da seguire».
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