«Presi quei telefonini a Napoli, li dovevo vendere ai miei amici»

15 Aprile 2023

Così si difende l’agente di polizia penitenziaria arrestato, ma il giudice non gli crede e lo lascia in cella La Procura sospetta una rete di complici che faceva entrare i dispositivi, destinati anche ad ergastolani

SULMONA. Parla, spiega che cosa è accaduto quella mattina all’ingresso del carcere e perché aveva in tasca i tre microcellulari, ma il giudice non gli crede. Resta in carcere Massimo De Santis, l’agente penitenziario di 53 anni, originario di Campobasso arrestato mercoledì mattina, mentre cercava, secondo l’ipotesi accusatoria della Procura, di introdurre all’interno del carcere di Sulmona tre microcellulari destinati ai detenuti. Dopo aver convalidato l’arresto, il giudice per le indagini preliminari, Alessandra De Marco, ha disposto la custodia cautelare in carcere accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Stefano Iafolla. Per il giudice esiste infatti la possibilità che il poliziotto, una volta rimesso in libertà, possa inquinare le prove. Di parere contrario il difensore dell’indagato, l’avvocato Alessandro Margiotta, il quale, pur ammettendo la violazione della norma sull’introduzione dei microcellulari in carcere, «tra l’altro privi di schede telefoniche», da parte del suo assistito, ha sostenuto che, «nello stesso tempo non è dimostrabile che quei telefonini fossero destinati ai detenuti». Nel corso dell’udienza di convalida, l’indagato ha risposto alle domande del giudice spiegando che quel giorno stava rientrando in servizio dopo un periodo di malattia e che era in netto ritardo, tanto da dimenticarsi la pistola d’ordinanza in camera da letto. «Quando mi sono accorto che avevo i telefonini in tasca», ha detto De Santis, «avevo già varcato la porta d’ingresso. Ho chiesto ai colleghi di poter tornare indietro a posarli e a prendere la pistola d’ordinanza che avevo dimenticato a casa, ma non mi è stato consentito». L’indagato ha poi spiegato di «aver acquistato i microcellulari a Napoli a un prezzo conveniente per cederli a tre amici che glieli avevano richiesti». Versione che non ha convinto il gip De Marco, che ha disposto la custodia cautelare in carcere. Misura contestata dalla difesa perché giudicata troppo afflittiva. «Erano più giusti gli arresti domiciliari», ha spiegato al termine dell’udienza di convalida l’avvocato Margiotta, «anche perché non vedo come, dagli arresti domiciliari il mio assistito, avrebbe potuto inquinare le prove. Di sicuro impugneremo il provvedimento del giudice davanti al tribunale del riesame». Sono due le inchieste avviate sulla vicenda: quella penale curata dal sostituto procuratore Iafolla e l’altra disciplinare ordinata dal direttore del carcere di Sulmona, Stefano Liberatore. La prima era stata avviata dal mese di ottobre dello scorso anno quando un detenuto fu sorpreso con tre cellulari in cella. Nei momenti concitati del sequestro, il recluso aggredì cinque agenti mandandoli in ospedale. Sempre nello stesso periodo furono sequestrati in più circostanze una ventina di telefonini. Un fenomeno di larghe proporzioni tanto che la procura, intuendone la pericolosità ha immediatamente disposto, in collaborazione con la direzione del carcere di via Lamaccio, una serie di indagini mirate che avrebbero coinvolto anche alcuni detenuti confidenti che erano a conoscenza di buona parte dei particolari che regolavano il mercato dei telefonini all’interno del carcere più grande d’Abruzzo. E quando l’altro giorno i colleghi hanno fermato De Santis, la Procura già sapeva di andare a colpo sicuro. E così è stato. Ora l’obiettivo del procuratore facente funzioni Iafolla è di scoprire eventuali complici che facevano parte della rete che si occupava di introdurre in carcere i microcellulari con i quali decine di detenuti, ergastolani o di alta sicurezza erano in grado di comunicare liberamente con l’esterno.
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