Pressioni e indifferenza Così è morta la giustizia

Il docente universitario Carlo De Matteis: la città doveva mobilitarsi prima «All’Aquila non si processava la scienza ma solo superficialità e leggerezza»
Questa volta la giustizia ha mostrato all’Aquila il suo volto ingiusto, ribaltando completamente la coraggiosa sentenza di I grado e mandando assolti quasi tutti componenti della Commissione grandi rischi. I giudici di II grado hanno purtroppo ceduto alla indegna canea orchestrata da note istituzioni scientifiche, da certa stampa in malafede e da eminenti personaggi di varia connotazione (un ministro, poi arrestato per corruzione, giunse a evocare il processo a Galileo; vi fu chi lanciò un appello a Napolitano ecc…), che hanno contrabbandato per vere le false tesi del processo alla scienza intentato dalla prima sentenza e della mancata previsione degli eventi sismici addebitata alla Commissione. Si è così determinato un clima di pressione, di sostanziale intimidazione, nazionale e internazionale, da parte di poteri forniti di una auctoritas comunicativa e d’immagine, cui i giudici d’appello non hanno saputo (o voluto) sottrarsi, orientandoli verso la decisione assolutoria a danno della verità dei fatti e senza alcun riguardo per i morti e per l’immane tragedia di una collettività.
I giudici hanno ignorato o finto di ignorare che all’Aquila non si processava la scienza ma solo la superficialità e la leggerezza indegna di alcuni scienziati e tecnici ai quali non si chiedeva di prevedere ciò che è imprevedibile ma, all’opposto, di non formulare previsioni in mancanza di certezze, come essi hanno invece fatto rassicurando la popolazione. Il punto è tutto qui ed è vano girarci intorno. Non si può mettere in dubbio, come la difesa ha fatto e i giudici hanno accettato, che la rassicurazione ci sia stata, giacché non si spiegherebbe come decine di capifamiglia abbiano dichiarato di aver scelto di far restare i loro familiari in casa perché convinti da certe dichiarazioni, ufficiali e semi-ufficiali, sulla improbabilità di scosse violente. Avevano dunque tutti frainteso il messaggio che avevano ascoltato o se l’erano tutti sognato? O erano forse tutti dei masochisti aspiranti al martirio insieme ai propri cari quanti non si sono messi in salvo abbandonando le proprie case? Sono domande retoriche che evidentemente per i giudici non sono tali, avendo deciso di credere a una delle ipotesi retoriche appena formulate, non sappiamo se in buona o mala fede. È stato un processo condizionato dall’esterno giacché non sono state addotte dalla difesa degli imputati argomentazioni nuove rispetto al primo processo.
Scrivevo su questo giornale il 25 ottobre 2012, all’indomani della prima sentenza, che al momento del giudizio d’appello sarebbe stata necessaria un grande mobilitazione degli aquilani, con alla testa il sindaco della città, per impedire che quella sentenza fosse annullata, che occorreva vigilare e rintuzzare sugli organi di informazione le pressioni che sarebbero state esercitate dai poteri forti sul collegio giudicante. Così non è stato, il sindaco, assente nel primo appello lo è stato anche al secondo, mostrando una indifferenza e una insensibilità che ormai non sorprendono più ma anche gli aquilani presenti non erano poi tanti, quando avrebbero dovuto riempire l’intero palazzo e le strade d’accesso in segno di solidarietà con i parenti delle vittime, che sono così morte una seconda volta; e la città è di nuovo offesa, questa volta non dalla natura ma dagli uomini.
* docente universitario

