Prime scuole sgomberate per le scosse di febbraio 2009

10 Marzo 2019

Il sisma scandisce le giornate degli aquilani, tra la crisi al Comune e l’inchiesta per la pineta in fumo Non tutti gli edifici vengono evacuati. Il sismologo: «Sommovimenti normali, non c’è allarme»

L’AQUILA. Il 5 febbraio del 2009 con un “trafiletto” il Centro annuncia una “sobria” cerimonia per ricordare i tre anni dalla morte di Italo Grossi, uomo di sinistra e fondatore del Centro per i diritti del cittadino. In tanti, negli anni dopo il sisma, hanno detto e pensato: “Ah, se ci fosse ancora Italo”. Grossi era un combattente nato. Negli ultimi anni della sua vita aveva scelto di stare vicino ai problemi delle persone in difficoltà e certamente sin dalla notte del terremoto sarebbe sceso in strada in pigiama per dare una mano. In quei giorni in Italia scoppia il caso di Eluana Englaro, la ragazza in coma a causa di un brutto incidente avvenuto nel gennaio del 1992. Si discute se è giusto tenerla in quella situazione irreversibile o in qualche modo interrompere la nutrizione artificiale (come chiedeva la famiglia) e quindi portarla alla morte. Morte che avverrà il 9 febbraio. Ne seguirà un dibattito infuocato i cui echi 10 anni dopo non si sono ancora spenti.
CRISI POLITICA. Il 7 febbraio 2009, a parte la crisi politica in Comune con risibili annunci di un vertice da tenere in un convento (due mesi dopo anche i conventi finiranno in macerie), le cronache danno ampio spazio a una manifestazione dei dipendenti della Reiss Romoli, la scuola di formazione della Telecom (prima Sip e Stet), che aveva licenziato 71 persone. Mentre nel pollaio comunale si discute sul nulla, la città perde in continuazione posti di lavoro. La Reiss Romoli – una grande e bella struttura fra Coppito e l’area di Centi Colella – dopo il sisma diventerà la sede del Rettorato e di alcune facoltà universitarie. Oggi è un posto silente, in attesa di essere riutilizzato in qualche modo. Il marchio Reiss Romoli è stato rilevato da ex-dipendenti della scuola che hanno ripreso le attività di formazione con una nuova sede sempre all’Aquila. Chi rimpiange il passato della città sappia che alla vigilia della catastrofe L’Aquila era un malato grave, il terremoto l’ha fatta finire in agonia. Oggi in tanti si affannano a rianimarla con i miliardi di euro della ricostruzione privata e con le mille prebende che finiscono per solleticare solo il narcisismo di alcuni ma che, finita la festa, non lasciano nulla di concreto alle spalle.
SAN GIULIANO IN FIAMME. L’8 febbraio 2009 il Centro dà notizia che 13 persone sono finite sotto inchiesta per l’incendio che nell’agosto del 2007 aveva quasi completamente distrutto la pineta di San Giuliano. Le fiamme avevano persino minacciato lo storico convento. Con il senno del poi quell’incendio fu una sorta di prova generale della più grande catastrofe del 2009. La pineta era ed è uno dei luoghi più amati dagli aquilani. Passeggiate, uno spuntino, un momento di calma e riflessione, una chiacchierata con gli amici e perché no, una preghiera. Fece il giro d’Italia la foto di un’altissima colonna di fumo che si stagliava sulla città. Il sei aprile 2009 la “colonna” che si alzò sul capoluogo non era di fumo, ma di polvere causata dai crolli. Quella polvere nella gola si infranse contro i singhiozzi, sui volti si impastò con le lacrime. Il 12 febbraio un lutto colpisce la città. Muore a soli 54 anni Giovanni Battista Bruno, un medico molto impegnato nel sociale, fondatore e primo presidente del Rotary club Gran Sasso. Il 13 il terremoto riappare. Questa volta è abbastanza forte – 2,5 della scala Richter – da essere avvertita da tutta la popolazione. Avviene in pieno giorno, le 11,30 circa, quindi in orario scolastico. Così il Centro sull’edizione del 14 febbraio sintetizza quello che è accaduto il giorno prima: “Una lieve scossa di terremoto (avvertita però dalla popolazione) ha fatto scattare ieri mattina in quasi tutte le scuole della città i piani di emergenza che prevedono lo sgombero degli edifici in caso di sisma. La scossa ha avuto una magnitudo 2,5 della scala Richter con una profondità di 10 chilometri ed è stata di tipo sussultorio. Si tratta dell’ennesimo episodio avvenuto da un mese a questa parte. Ieri però la scossa è stata avvertita durante l’orario scolastico e, in particolare nelle scuole elementari, le maestre non hanno perso un attimo per mobilitarsi. Non tutti gli istituti superiori sono stati fatti sgomberare. Sono stati fatti uscire gli studenti dell’Istituto Cotugno (che hanno sostato per una ventina di minuti in piazza Palazzo), dell’Itc e dell’Itas. Sono rimasti in classe gli allievi del Liceo Scientifico, dell’Itis (Istituto tecnico industriale), dell’Ipsiasar, dell’istituto d’Arte e di quello per Geometri. «Abbiamo fatto sgomberare la scuola subito dopo la scossa di terremoto, secondo il piano di evacuazione in vigore, di cui tutti gli studenti sono a conoscenza», ha detto il preside del Liceo Cotugno, Angelo Mancini, «i ragazzi si sono recati nel punto di raccolta dove sono rimasti fino al cessato allarme»”. Mancini poi aggiunge una cosa importante: “Tutte le scuole hanno approvato un regolamento interno, che prevede un piano di evacuazione dagli istituti in caso di terremoto. Noi abbiamo provveduto all’uscita scaglionata degli studenti, dal terzo piano fino al piano terra, in ordine e accompagnati dagli insegnanti. La scuola è dotata di un cortile retrostante l’edificio, che ieri era impraticabile a causa della neve; abbiamo, quindi, deciso di utilizzare come punto di raccolta piazza Palazzo. Gli studenti sono a conoscenza del piano di evacuazione, in passato sono state effettuate delle prove con lezioni in classe sul comportamento da tenere». Il 6 aprile del 2009 il sisma colpirà in piena notte. Nessuno saprà mai se quei “regolamenti” avrebbero o meno funzionato in una città ridotta in macerie, in un centro storico con poche vie di fuga e senza un piano generale in cui inserire i piani particolari di ogni scuola. Di quella mattina resta un video che è ancora visibile su You Tube. Sono due minuti di immagini in cui si vedono i ragazzi in piazza Palazzo. Fra loro anche mia figlia Maria Paola che quella mattina mi diede la “notizia” dell’evacuazione. Per quei ragazzi, in quella fredda mattina di febbraio, la fuga dall’aula sembrò più che altro un gioco con brivido. Nella stessa pagina il solito sismologo intervistato dal collega Giampiero Giancarli insisteva: “Sommovimenti normali, non c’è allarme, è un’attività che non desta preoccupazione”. Il gioco poteva continuare. Ma ancora per poco.
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