Primo consiglio sullo statuto E la miccia sta per accendersi

24 Febbraio 2021

Oggi, 50 anni fa: il 24 febbraio prima riunione nel palazzo della prefettura Gli articoli nel mirino: quello sul capoluogo e quello sugli assessorati spartiti

L’AQUILA. Il consiglio regionale d’Abruzzo che doveva votare gli articoli dello Statuto (e in particolare quello che individuava il capoluogo, il numero 2, e quello che spacchettava gli assessorati fra L’Aquila e Pescara, il numero 45) iniziò nella mattinata di mercoledì 24 febbraio 1971. Prima di entrare nel dettaglio di quella seduta come fu raccontata dall’Aquilasette nell’edizione del 25 febbraio, bisogna fare un passo indietro di qualche mese. Infatti il clamore dei “moti” dell’Aquila storicamente ha messo in ombra i “moti” di Pescara del giugno del 1970, pochi giorni dopo l’elezione del primo consiglio regionale. È da quei moti che di fatto nasce l’idea di dividere “pani e pesci” e accontentare entrambe le città anche se poi si finirà per non accontentare nessuno.
I MOTI DI PESCARA. La sede regionale dell’agenzia di stampa Ansa ha ripercorso con un “lancio” la storia dei moti di Pescara. “Sono i giorni bollenti di fine giugno 1970”, scrive l’Ansa, “quelli che anticiparono la rivolta aquilana dell'anno dopo. Erano i tempi di Italia-Germania 4-3, si erano appena svolte le elezioni regionali che avevano cristallizzato per la prima volta i rapporti di potere nelle realtà locali previste della Costituzione. La Dc aveva conquistato il 42,7% dei voti e il Pci il 23,9%. Le cronache dell’epoca raccontano di bottiglie molotov, di decine di arrestati e feriti, di macchine in fiamme, di stazione occupata, di negozi saccheggiati. Appena calava la notte la città si trasformava in un campo di battaglia. Pescara voleva essere capoluogo di regione e, come apparve ai più, la bollente protesta era una sommossa popolare più o meno spontanea, ma anche più o meno aizzata da forze politiche non necessariamente estremiste di destra. E saranno queste premesse che faranno decidere a Dc e Pci principalmente, di votare uno Statuto che poi stabilì di dividere le sedi della Regione. E che la sommossa pescarese fosse potenzialmente ancora più esplosiva di quella dell’Aquila del 1971, lo certifica uno dei protagonisti di allora, l’ex presidente Rai e all’epoca segretario abruzzese del Pci Claudio Petruccioli, che ricorda: «I dimostranti pescaresi, se avessero voluto, avrebbero tagliato in due l’Italia bloccando sia la Statale Adriatica che la ferrovia».
MERCOLEDÌ 24 FEBBRAIO. Quando al mattino di mercoledì 24 febbraio nel palazzo della prefettura (nella sala dove si è riunito il consiglio provinciale fino al terremoto dell’aprile del 2009) si apre la seduta del consiglio, il clima è teso. In città non ci sono violenze, ma l’impressione è che alla “bomba” sia stata già tolta la sicura e sia pronta a esplodere: la quiete prima della tempesta. La gente comincia a mobilitarsi e affluisce sia nella sala del consiglio e quando non c’è più posto, resta fuori e “circonda” il palazzo della prefettura, lo stesso che alle 3.32 di circa 12 anni fa è crollato miseramente. I consiglieri per alcune ore “cincischiano”. La pressione della folla aumenta sempre di più e tutti sono coscienti che, quando ci sarà il voto sullo Statuto, potrebbe succedere di tutto. Ufficialmente, e da più parti, giungono appelli alla calma. Gli aquilani continuano a chiedere con forza il “rispetto del Diritto”. In poche parole si diceva: L’Aquila ha la legge dalla sua parte (era già sede di enti statali e importanti istituzioni) e la legge non può essere confusa con gli “umori” politici del momento. Luigi Marra viene inviato dall’Aquilasette a seguire la seduta. “Dopo un'intensa mattinata trascorsa in una serie di incontri e di riunioni fra gruppi consiliari ed esponenti dei partiti di centro-sinistra”, scrive Marra, “il consiglio regionale si è riunito in un’atmosfera da grande occasione. L’attesa è vivissima da parte non solo delle centinaia di cittadini presenti dietro le transenne, ma di tutta la città e diciamo pure di tutto l’Abruzzo che da tre mesi segue le alterne fasi di una situazione incredibile. Come è ormai noto, nel corso degli ultimi incontri tra segretari politici dei partiti e consiglieri regionali, si è raggiunto un compromesso per la spartizione degli assessorati ma, in una situazione incandescente come quella attuale, ogni accordo può essere superato, ogni colpo di scena può verificarsi, ogni pronostico può essere sovvertito. Vale comunque la pena di ricordare che i patti per il compromesso, ove dovessero trovare conferma nei fatti, non possono certo avere il consenso della cittadinanza aquilana che ha chiaramente espresso in forma civilissima e ferma il proprio rifiuto alla violazione di un preciso Diritto. Nell’aula consiliare finora si è discusso di altro, ma nei corridoi si è registrato notevole movimento”. SEDUTA RINVIATA. A un certo punto la seduta viene sospesa e rinviata, ma non al giorno dopo, cioè a giovedì 25 febbraio. Si disse che quel giovedì era previsto un incontro del ministro Silvio Gava (1901-1999) con una delegazione del consiglio regionale. Gava dal 27 marzo 1970 al 16 giugno 1972 fu ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato (anche il figlio Antonio sarà anni dopo ministro). “I lavori”, scriveva Marra sull’Aquilasette, “riprenderanno venerdì 26 febbraio alle 10 e continueranno fino alla definizione ultima dello scottante argomento del capoluogo. Per ora dunque sul fronte della scelta relativa al capoluogo niente di nuovo. A questo punto non ci sentiamo di azzardare previsioni, ci limitiamo ad auspicare un pizzico di chiarezza e un pizzico di coraggio, che tanto difettano, nel nome del rispetto della Giustizia. Se questo non sarà, se ancora si cercherà di sfuggire alle responsabilità o se si vorrà scegliere la triste via del compromesso, la cittadinanza non butterà alle ortiche il suo civismo e la sua compostezza. Non darà spettacolo di violenza, ma continuerà fermissima la sua battaglia senza battute d’arresto. Fino in fondo”.
FIDUCIOSA ATTESA. L’Aquilasette quindi non incita a “menare le mani”, ma continua a fare riferimento alla legge e al buonsenso. Il direttore Walter Capezzali, introducendo l’ennesimo appello alla città “per il rispetto dei diritti dell’Aquila” del notaio Domenico Trecco (che in quei frangenti apparve perfino più attivo del coordinatore del Comitato d’azione che era l’avvocato Gaetano Bellisari) scrive fra l’altro: “Lo spirito, lo ripetiamo per l’ennesima volta, è quello di un nobile senso del civismo. L’Aquila si accinge ad accogliere con fermezza la decisione che già da qualche giorno sarebbe stata assunta dai politici. Se il consiglio regionale valicherà i limiti delle sue precipue attribuzioni la città dell’Aquila reagirà chiedendo Giustizia nei modi concessi dalla legge. Su questo tutti gli Aquilani sono logicamente concordi e il discorso non si presta certo a equivoci di alcun genere. L’Aquila non si accontenterà dunque di avere una fetta, anche sia la più grossa, del capoluogo. Esigerà nei modi dovuti e in assoluta compostezza che la legge venga rispettata. Ora comincia, dunque, una fiduciosa attesa”. Siamo a poche ore dalla lunga seduta del consiglio regionale di venerdì 26 febbraio 1971. Per L’Aquila quasi un “Gran Consiglio”. A tarda sera di quel venerdì di 50 anni fa saranno, nei fatti, tutti scavalcati: i partiti, i politici, la stampa, persino lo stesso Comitato d’azione che certo non voleva atti vandalici e violenze che poi si acuirono con l’intervento della Celere. I cittadini, nella notte fra il 26 e il 27 febbraio 1971, decideranno di scendere in piazza e per tre giorni L’Aquila sarà in fiamme. (7-continua)
©RIPRODUZIONE RISERVATA