Promessi sposi? No, grazie

25 Aprile 2018

L’AQUILA. Recensione di un manoscritto ritrovato. Avete letto anche voi i “Promessi Sposi”, no? Volevamo farne una recensione che vendicasse le scolaresche sacrificate al genio manzoniano, ma siamo...

L’AQUILA. Recensione di un manoscritto ritrovato. Avete letto anche voi i “Promessi Sposi”, no? Volevamo farne una recensione che vendicasse le scolaresche sacrificate al genio manzoniano, ma siamo stati censurati...
Così abbiamo giocato con gli specchi immaginando che un erudito del Seicento, peraltro non proprio lungimirante, avesse potuto leggere il manoscritto a cui avrebbe attinto l’Anonimo manzoniano...Insomma abbiamo fatto la recensione al manoscritto del manoscritto...
Che si deve fare per esprimere il proprio parere! Ovviamente se qualcuno si annoierà non lo si è fatto apposta.
“De Promissis Sponsis”, romanzo ambientato nella Roma Imperiale, narra la storia di Lorentius, detto Rentius, Tramaglinus e Lucilla Mundella Secunda, il cui matrimonio è impedito dal patrizio locale Dominus Rodrigus, invaghito di Lucilla. Questo, per mezzo dei suoi sgherri, intima a Sacerdos Abbondius di non celebrare le nozze tra i due innamorati, che ricorrono a un matrimonio di sorpresa.
Ma il piano dei promessi fallisce miseramente. La cosiddetta “Notte degli inganni e sotterfugi” è tutto un susseguirsi di eventi, uno più strano dell’altro.
Da segnalare le varie catastrofi che costellano le storia di queste due anime, per le quali il lettore non può far altro che provare pietà. Questa la trama di un romanzo scritto da un autore che non ha avuto neanche il coraggio di firmare quello che secondo alcuni potrebbe diventare un vero e proprio casus litterarius.
Da dove posso cominciare? Non c’è nulla che, a mio modesto parere di critico d’ arte e letteratura, si può salvare: partendo dal cattivo, o meglio, da colui che cerca di essere cattivo, Dominus Rodrigus, il cui unico ruolo è mandare avanti la storia rompendo costantemente le uova nel paniere ai protagonisti, peraltro scialbi (mi riferisco soprattutto a Lucilla), irritanti e, perdonate la durezza delle mie parole, insignificanti. Gli eventi narrati, a lungo andare, diventano improponibili e snervanti: dall’accanimento smodato del cattivello di turno al comportamento composto di una contadina come Lucilla, al suo rapimento, alla latitanza di Rentius.
In conclusione, non ho mai visto un libro più sgraziato di questo: lo potrei consigliare solo a coloro che dispongono di un tavolo traballante. Speriamo che nessuno abbia il coraggio di riaprirlo e di rifarne (Dio ce ne scampi!) la dicitura.
Luca Centi Pizzutillo
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