Provincia dell’Aquila Cassa integrazione con dati allarmanti

Trasatti ( segretario Cgil): «Soltanto nell’ultimo anno siamo passati da 3 milioni e mezzo di ore a quasi sette»
L’AQUILA. Intecs, Edimo, Presider, Otefal, Cartiera Burgo, stabilimento Pittini, ex Micron, Italfinish. È un elenco infinito quello delle aziende in crisi, fallite, o in ridimensionamento nella provincia dell’Aquila, dalla Marsica alla Valle Peligna all’Alto Sangro. Una lista a cui si aggiungono anche le imprese del mondo della cultura, del commercio, dell’artigianato, che i sindacati stessi fanno fatica a seguire. Crisi che negli ultimi anni ha ingrossato le file dei disoccupati al Centro per l’impiego della provincia dell’Aquila e fatto crescere a dismisura il ricorso agli ammortizzatori sociali. È di ieri l’ultimo aggiornamento sulla cassa integrazione relativo al 2015 fornito dalla direzione regionale dell’Inps, che fotografa un Abruzzo a due colori: quello più chiaro delle province di Pescara – dove la cassa integrazione è scesa del 20% – e di Chieti e Teramo dove si è addirittura dimezzata durante l’anno appena finito rispetto al 2014. E, poi, il nero più fosco della provincia dell’Aquila, dove il ricorso alla Cig nel suo complesso (ordinaria, straordinaria e in deroga) è cresciuta, invece, del 26% coprendo, in sostanza, il 40% della disoccupazione dell’intera regione. A spiegare i dati diffusi ai sindacati ieri mattina dall’Inps, è il segretario provinciale della Cgil, Umberto Trasatti. «Nel 2015 sono state oltre 9 milioni le ore di cassa integrazione nella sola provincia dell’Aquila, di cui quelle relative alla straordinaria sono raddoppiate, passando da 3,5 milioni di ore del 2014 a 6,8 milioni del 2015. Avevamo all’Aquila 3,5 milioni su 7,2 milioni di ore regionali di cassa integrazione straordinaria, adesso sono 7 milioni su 9: un incremento del 100% rispetto al 2014». Un dato che conferma quanto già sostenuto dal Centro per l’impiego provinciale, secondo il quale «non solo cresce la disoccupazione, ma aumenta a dismisura la disoccupazione di lunga durata», aggiunge Trasatti. Non sono solo vecchie vertenze. «Se ne sono aperte altre con procedure concorsuali, chiusure di attività, fallimenti», spiega il sindacalista, «che denunciano che c’è un problema grave che riguarda le aree interne della nostra regione. L’Abruzzo non ce la può fare se non ripartono queste zone in forte crisi. Ma attualmente non c’è un rilancio, non esistono interventi sull’economia. E la ricostruzione ormai è chiaro che da sola non ce la fa a invertire la tendenza». L’urgenza, per il segretario provinciale della Cgil, è «aprire una vertenza occupazionale con la Regione e il governo sulle aree interne dell’Abruzzo, perché è ormai chiaro che dalla Marsica, che fino a due-tre anni fa era ancora in grado di reggere la crisi, alla Valle Peligna, passando per L’Aquila, questa parte dell’Abruzzo è in difficoltà». Secondo i dati del sindacato, nel biennio 2012-2014 la provincia aquilana è passata da 124mila a 107mila occupati, con una perdita di 17mila posti di lavoro, che non ha risparmiato settori, nemmeno quello edile nonostante «il più grande cantiere d’Italia». Si salva solo il comparto agricolo.
Marianna Gianforte
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