Puntellamenti con tangenti, il pm chiede la condanna per Tancredi

A carico dell’ex assessore resta in piedi solo l’accusa di tentata estorsione nei confronti delle imprese Il magistrato: quattro anni e mezzo di reclusione e una multa, assoluzione per gli altri otto imputati
L’AQUILA . Una condanna e otto di assoluzioni. Le richieste del pm Guido Cocco fotografano così gli sviluppi processuali dell’inchiesta Redde rationem. Nell’udienza di ieri il magistrato ha formulato queste conclusioni rispetto alle posizioni dei nove imputati, finiti sotto processo per un presunto giro di mazzette legato ai puntellamenti, dopo il sisma del 2009, di edifici inagibili. Di fatto resta in piedi solo l’accusa di tentata estorsione a carico di Pierluigi Tancredi, ex assessore con l’amministrazione comunale di centrodestra ed ex consigliere di opposizione all’epoca dei fatti contestati. Per lui e per tutti gli altri imputati non sono emerse, durante la fase dibattimentale, prove a sostegno dell’ipotetica corruzione nella quale sarebbero state coinvolte alcune ditte impegnate negli interventi successivi al terremoto.
UN SOLO PUNTO. Nella requisitoria il pm Cocco, subentrato nel procedimento ad Antonietta Picardi, nel frattempo trasferita ad altro incarico, ha fatto riferimento all’esistenza di intercettazioni e di una prova documentale che confermerebbe la tenta estorsione messa in atto da Tancredi. Quest’ultimo, nella funzione di consigliere di opposizione e agendo come consulente delle imprese, avrebbe imposto l’inserimento tra le ditte che dovevano occuparsi di puntellamenti nel post-sisma la Dipe e la Edilcostruzioni in cambio di compensi. Per questo il pubblico ministero ha chiesto nei suoi confronti la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione e 880 euro di multa.
NIENTE CORRUZIONE. Non ci sono evidenze, sempre secondo quanto ricostruito dalla pubblica accusa, per le ipotesi di reato più gravi. Sono sfumate dunque le imputazioni di corruzione a carico, oltre che di Tancredi, dell’architetto Nicola Santoro, dell’ex cerimoniera del Comune Daniela Sibilla, nonché degli imprenditori Concetta Toscanelli, Mauro Pellegrini e Giancarlo Di Persio, quest’ultimo assistito dall’avvocato Riccardo Lopardi. Il pm ne ha chiesto l’assoluzione perché «il fatto non sussiste» in quanto all’ex consigliere, nel caso in questione, non si può attribuire il ruolo di pubblico ufficiale, che si concretizzerebbe solo nel voto e nelle attività durante le sedute consiliari. La Dipe, azienda di proprietà di Pellegrini e Di Persio, inoltre rientrava già in partenza tra le ditte della white list per l’affidamento degli incarichi da parte della pubblica amministrazione. Decisivo è stato anche il passo indietro da parte del grande accusatore, l’imprenditore Antonio Lupisella che nell’udienza dell’aprile 2019 si era avvalso della facoltà di non rispondere in quanto precedentemente indagato nello stesso procedimento, ma prosciolto in udienza preliminare, per reati di carattere tributario.
ACCUSE NON CONFERMATE. Le sue dichiarazioni, rese durante le indagini, non hanno acquisito alcun valore in sede processuale e di conseguenza sono risultate inefficaci ai fini della conferma delle contestazioni nei confronti degli imputati. Così come ha giocato un ruolo fondamentale, a vantaggio degli accusati, anche il fattore tempo. Questo, in particolare ha assunto un peso determinate rispetto alla truffa ipotizzata a carico delle aziende, dei loro titolari e dei tecnici Roberto Scimia, Roberto Arduini e Michele Giuliani.
RESTANO CONGETTURE. Gli elementi raccolti dai periti della Procura nei cantieri, infatti, non possono assumere rilevanza a sostegno della contestazione di maggiorazione delle spese negli interventi realizzati. Le verifiche sul terreno sono state avviate anni dopo i fatti, nel frattempo i luoghi erano cambiati anche per effetto della presenza di altre ditte e quindi i riscontri non hanno assunto valenza oggettiva. In sostanza le conclusioni a cui sono giunte le consulenze tecniche sarebbero basate su deduzioni insufficienti a confermare le accuse per le quali, nel 2015, erano scattate anche misure cautelari.
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