Quando all’Aquila si moriva anche di peste

Oltre agli studi sui terremoti dalla fondazione della città la storica Berardi scrive un saggio sulle epidemie
L’AQUILA. Il sisma del 2009 ha riportato all'attenzione degli storici, e non solo, i terremoti che hanno colpito L'Aquila a partire dalla sua fondazione, avvenuta alla metà del XIII secolo.
NON SOLO TERREMOTI. Ma la comunità aquilana delle origini non ha sofferto solo delle tragedie causate dai terremoti, ma anche di epidemie – per esempio la peste – che in alcuni periodi ne hanno falcidiato la popolazione. A ripercorrere i primi secoli della storia dell'Aquila dal punto di vista sanitario è Maria Rita Berardi, docente di Storia medievale all’Università dell'Aquila, con un saggio pubblicato sull'ultimo numero del Bollettino della deputazione di Storia Patria intitolato: “Epidemie e politica sanitaria nell'Abruzzo aquilano fra i secoli XIV e XVI”.
CRONACHE CITTADINE. «Le cronache cittadine pervenute», afferma Maria Rita Berardi, «scritte quasi tutte in continuazione l’una all’altra, in versi e in prosa, in latino e in volgare, ci permettono di ricostruire lo svolgersi delle vicende aquilane dalla fondazione della città fino alla fine del medioevo, e testimoniano che la medicina del tempo era empirica nei tentativi e incapace di evitare il degenerare, in conseguenze letali, di un’epidemia d’influenza».
PANACEE. «I cronisti descrivono i rimedi: si prescrivono, come panacee, salassi e purganti. La medicina teorizza e prescrive regole di vita salubre per la clientela agiata, ma nelle grandi calamità le differenze di classe si smorzano e impongono funerali frettolosi per tutti. In occasione delle epidemie più gravi la città tende a spopolarsi e vengono interrotte molte delle consuete attività. I tempi delle loro manifestazioni corrispondono sempre ai mesi più caldi, dall’inoltrata primavera al primo autunno».
LA PESTE. «Nel tempo della peste l’unico rimedio risulta la fuga dalle località infette e chi riesce a guarirne lo deve alla resistenza del proprio corpo più che alle cure dei medici».
BUCCIO DI RANALLO. «Per ricostruire le condizioni, la sensibilità collettiva e le reazioni sociali di fronte al flagello, soprattutto quello della peste», scrive la storica, «la prima fonte aquilana fino al 1362, se escludiamo alcuni documenti diplomatici, è Buccio di Ranallo (che nel 1363 morì anche lui di peste). Nel territorio aquilano, la carestia del 1346-47 aveva debilitato la popolazione rendendo più vulnerabile il tessuto sociale e per questo motivo, subito dopo, nel 1348, la peste infierì con inusitata durezza». E va ricordato che nel settembre del 1349 ci fu un fortissimo terremoto che fece, si stima, 800 vittime. «Le epidemie», si legge ancora nel saggio, «si susseguono a distanza di 13-14 anni. Per il 1375, il cronista Antonio di Buccio testimonia morti per carestia, per la grande fame e per peste». È poi «frate Alessandro De Ritiis, contemporaneo, che descrive dettagliamente, per l’anno 1463, la peste che colpisce la città in un tragico momento: si trova circondata all’esterno dai nemici mentre dentro le mura scoppia la malattia... Nel 1493, gli aquilani sono colpiti da una epidemia di febbre che nel giro di dieci giorni li porta alla morte. De Ritiis annota i nomi di alcuni importanti cittadini deceduti».
POLITICA SANITARIA. Impossibile fare una sintesi del saggio, scritto tra l'altro con linguaggio accessibile a tutti. Solo un ultimo passaggio, quello dove si parla nel dettaglio della «politica sanitaria» nei periodi in cui infuriava la peste. «La paura della trasmissione per via aerea manda in isolamento e sotto stretta osservazione i malati: il potere politico cerca di non cedere al panico, ma vigila e fa il punto su una possibile strategia di prevenzione. L'epidemia può pesare sull’economia, il rischio recessione è forte, c’è bisogno di molti soldi per il mantenimento degli infetti, la forte preoccupazione di non poter riscuotere le entrate finanziarie e, essere insolventi nei confronti del regio fisco, diventa reale problema».
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