Quando il caso-capoluogo finì sul tavolo di Togliatti

Fin dal 1949 le prime proteste, l’allora uomo forte del Pci si espresse per L’Aquila Il deputato Rivera presentò un ordine del giorno per l’indicazione chiara della città
L’AQUILA. Il “passato prossimo” dei moti dell’Aquila del febbraio 1971 va ricercato nell’immediato secondo Dopoguerra.
LA COSTITUZIONE. La Costituzione del 1948 aveva previsto l’istituzione delle Regioni, ma ci vollero più di vent’anni per dare attuazione al dettato della “Carta”. Le motivazioni di tale ritardo sono state analizzate a lungo dagli storici. Molti hanno scritto che a frenare era soprattutto la Dc, che temeva che nelle Regioni potesse realizzarsi una sorta di ribaltamento degli equilibri politici raggiunti nel secondo Dopoguerra. Il “pericolo rosso”, in buona sostanza, faceva ancora paura e si sapeva che, in alcune regioni, il Pci avrebbe prevalso sicuramente. Queste erano però questioni più generali, di geopolitica, si direbbe oggi. Tornando all’Abruzzo fu chiaro sin dal 1949 che ci sarebbe stato prima o poi uno “scontro” su quale dovesse essere il capoluogo di Regione. Alvaro Iovannitti (1933-2012), esponente del Pci, a lungo segretario della federazione aquilana, deputato e senatore, così nel 2010 raccontò al Centro cosa accadde alla fine degli anni Quaranta.
IL PCI. «Nel 1949», disse Iovannitti, «ci fu un primo tentativo di dare attuazione alla Costituzione con la creazione delle Regioni. Il ministro Scelba mise a punto un disegno di legge nel quale, per ogni regione, veniva indicata la città capoluogo. Le uniche due regioni che non avevano l’indicazione del capoluogo furono l’Abruzzo e la Calabria. Naturalmente dall’Aquila partirono delle proteste che si concretizzarono con un ordine del giorno che l’allora deputato Vincenzo Rivera (1890-1967, ndr) presentò alla commissione affari costituzionali per far inserire nel disegno di legge la esplicita citazione dell’Aquila come capoluogo. Di contro il deputato, nato a Vasto, Giuseppe Spataro (1897-1979, più volte ministro, ndr) si fece delegare a partecipare alla riunione della Commissione – perché non ne faceva parte – e presentò un contrordine del giorno in base al quale doveva essere nominata una commissione bicamerale che, dopo una visita in Abruzzo, avrebbe deciso quale città fra L’Aquila e Pescara doveva diventare capoluogo. Passò l’ordine del giorno di Spataro. Poi, però, tutto l’iter per arrivare alle Regioni si bloccò e la questione del capoluogo fu rinviata di diversi anni». Iovannitti rivelò anche quale fu in quel lontano 1949 l’atteggiamento del Pci rispetto alla questione. «I vertici del partito regionale di allora», sottolineò Iovannitti, «che forse erano orientati per Pescara, si recarono a Roma per chiedere il parere di Palmiro Togliatti. Togliatti ascoltò e poi intervenne e disse: a scuola a me hanno sempre insegnato che il capoluogo d’Abruzzo è L’Aquila, può restare così, Pescara ha grandi potenzialità e le farà comunque valere». Nel 1970 (quando Togliatti non c’era già più da diversi anni) si arrivò al nodo. E questa volta bisognava scioglierlo. «Con le elezioni del giugno 1970 venne fuori una schiacciante vittoria della Dc», ricordava l’ex parlamentare, «che conquistò 20 consiglieri, di cui 17 facevano riferimento alle aree della costa adriatica. A un certo punto si arrivò a un bivio: la scelta del capoluogo sarebbe toccata al consiglio regionale oppure ci si doveva arrivare attraverso un referendum. In tutti e due i casi L’Aquila ne sarebbe uscita perdente: in consiglio non aveva i numeri, nel referendum non c’era competizione visto che L’Aquila aveva molti meno elettori rispetto a Pescara e la città appariva isolata anche nei confronti di altri centri abruzzesi. Dal mio punto di vista», sottolineò ancora Iovannitti, «se ne uscì grazie a uomini come Federico Brini per il Pci e Luciano Fabiani della Dc. Furono loro a imporre in qualche modo la trattativa e si arrivò a stabilire, nel clima infuocato di quei mesi, che il capoluogo era L’Aquila, ma che molti dipartimenti (assessorati, ndr) sarebbero andati a Pescara. Fu per noi il male minore, se fossimo arrivati al braccio di ferro non avremmo ottenuto nulla». LA DC. Romeo Ricciuti – oggi 90enne, democristiano, già presidente della giunta regionale e sindaco dell’Aquila, più volte parlamentare con incarichi nel governo nazionale – sempre in un’intervista al Centro, in occasione dei 40 anni dalla rivolta dell’Aquila, così ricostruì le premesse ai “moti”. «Il problema del capoluogo», disse Ricciuti, «condizionò la politica abruzzese per tutto l’inizio dell’attività della Regione. La questione era così importante che durante la campagna elettorale, ma già prima, era il tema principale di discussione tra le forze politiche. La Dc era il partito di maggioranza con 20 consiglieri su 40, e a sua volta era divisa in due correnti, quella dei “gaspariani” e quella dei “nataliani”. I primi erano 12, i “nataliani” 8. Fu un grande problema già scegliere la sede della prima riunione del consiglio regionale all’inizio dell’estate del 1970. Si optò per una sede neutra, un albergo di Popoli. Il Partito comunista italiano», continuava Ricciuti, «con 10 consiglieri, aveva già fatto la sua scelta a favore di Pescara capoluogo, almeno così affermavano i più informati. Non avevano tenuto conto della reazione della base del Pci aquilano. Furono giorni di intense trattative. Lorenzo Natali difendeva a spada tratta le ragioni dell’Aquila e aveva ottenuto il consenso di tutti gli 8 consiglieri regionali Dc di “minoranza”, tra i quali il sottoscritto, Luciano Fabiani, Emilio Mattucci. I nostri tentativi, parlo di quelli di Fabiani e miei, durarono fino al momento del voto. Il compromesso finale raggiunto con grande difficoltà fu quello di assegnare all’Aquila il capoluogo, la sede della Regione – quindi del consiglio regionale – e tre assessorati che non erano certo di secondo piano».
L’ACCORDO. Insomma, politicamente si raggiunse un accordo faticoso. Il problema era dirlo agli aquilani. All’inizio di febbraio quando i “rumors” sull’intesa ai danni dell’Aquila cominciarono a diffondersi, la brace prese il sopravvento sulla cenere. Fu un settimanale molto combattivo, Aquilasette, diretto da Walter Capezzali, che per primo denunciò pubblicamente quell’intesa. E infiammò gli animi che a dire il vero erano già molto “caldi”.
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