Quando si decise di dare tanti soldi soprattutto ai ricchi
Ordinanza del 2012 voleva porre un limite in base al reddito ma da lì si infiammò lo scontro fra Comune e commissario
L’AQUILA. Il peccato originale della ricostruzione dell’Aquila è nell’ordinanza della presidenza del consiglio dei ministri (Opcm) 3779 del 6 giugno 2009. All’articolo 1 comma 3 c’è scritto: il contributo – fino alla copertura integrale delle spese occorrenti per la riparazione – è riconosciuto per l’unità immobiliare adibita ad abitazione principale. In quella prima Opcm il riferimento era alle case con danno classificato B e C (non strutturale), un mese dopo venne esteso anche alle E (danni strutturali). A quel punto molti pensarono che sarebbe bastato presentare un progetto, chiedere una cifra qualsiasi e quei soldi sarebbero arrivati in un batter di ciglia.
FILIERA. Quando ad agosto 2009 ci si rese conto che i Comuni non ce l’avrebbero mai fatta a istruire le pratiche che stavano arrivando, venne creata la cosiddetta filiera (Fintecna, Cineas e Reluis). I tecnici, con il fiato dei proprietari sul collo, continuarono a presentare i progetti sempre in base a quel peccato originale: bussa, ti sarà aperto e ti sarà dato. Gli istruttori dei progetti cominciarono a rendersi conto che molte richieste erano gonfiate di un bel po’. Quello che doveva essere un controllo superficiale (metti un timbro e via) diventò con il passare delle settimane e dei mesi un lavoro ai limiti della pignoleria. È qui che comincia l’attacco alle inefficienze della filiera.
LENTEZZE. In effetti delle lentezze c’erano, ma il lavoro sulle singole voci di costo aveva bisogno, per forza di cose, di tempo. Il commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi nella relazione finale dell’agosto del 2012, al momento di lasciare l’incarico, affermò che i tagli operati dalla filiera si aggiravano in media sul 25 per cento di quanto avrebbe preteso il proprietario. Il risparmio fu individuato in una cifra fra i 400 e i 500 milioni di euro. Soldi che bastano a ricostruire otto frazioni dell’Aquila. In quella prima fase a essere finanziate erano le case della periferia.
CENTRO STORICO. Il grosso problema si presentò quando si cominciò a discutere della ricostruzione del centro storico. In quel momento, si parla dell’autunno-inverno del 2010, il timone era affidato non più alla Protezione civile (che aveva lasciato dal 1° febbraio 2010) ma alla struttura commissariale con a capo il presidente della Regione Gianni Chiodi; c’erano anche un vicecommissario, nella persona del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, una struttura tecnica di missione coordinata dall’architetto Gaetano Fontana e un vicecommissario ai Beni culturali, Luciano Marchetti. Quando parte la discussione sui centri storici ci si pone il problema di come finanziarne la ricostruzione. Ecco che spunta il cosiddetto “limite massimo” che prese a base il costo di produzione definito, per l’edilizia agevolata, dalla Regione, con un aumento del 20 per cento, per cui si arrivò a 1.300 euro circa a metro quadrato. Per i palazzi del centro storico, quasi tutti vincolati, si stabilì una maggiorazione ulteriore fino al 100 per cento.
ARRUFFAPOPOLO. Tutto bene? No, anzi. Da allora nasce lo scontro “vero” fra il Comune dell’Aquila e la struttura commissariale. Il sindaco si dimette da vicecommissario perché il suo partito, il Pd, chiedeva un attacco a tutto campo al governo allora in carica (di centrodestra) e quella posizione operativa non era compatibile con un arruffapopolo. Questione di visione della città? Strategia per il futuro? Idee per rilanciare il capoluogo? Nulla di tutto questo. Quello scontro, che è costato almeno due-tre anni di ritardi, stava dentro una banale questione di soldi. Il Comune in quel momento decise che bisognava far fuori gli “invasori” e conquistare la torre con dentro i miliardi della rinascita. Lo slogan era: dateci tutti i fondi che ci servono e poi decidiamo noi a chi darli, se e come (che si tradusse poi in cronoprogrammi e priorità varie). Da questo nasce pure l’allergia ai piani di ricostruzione. I piani sarebbero stati una gabbia dentro la quale la politica non avrebbe potuto sguazzare troppo. E invece è quello che si voleva: decidere su soldi e cose da fare (e si badi non per vantaggi di tipo personale ma per banali convenienze politiche). Lì matura quel dov’era e com’era che ha causato danni (mancata riqualificazione di aree degradate della città per esempio) e scelte che di strategico hanno poco o nulla.
I RICCHI DA TUTELARE. Un episodio è la spia che tutto ciò che si è mosso in questi anni intorno alla ricostruzione sia dovuto solo a logiche di tipo politico-economico al grido di arraffa-arraffa. Nel gennaio del 2012 viene fuori una ordinanza che in sostanza dice: se per un palazzo del centro storico viene richiesto un indennizzo che supera il limite di convenienza (che per gli edifici vincolati era di quasi 2.600 euro a metro quadrato) la differenza (che spesso era richiesta per restaurare le opere d’arte contenute nel palazzo) viene data in base al reddito del proprietario. Tradotto: se sei miliardario almeno una parte degli affreschi o dei cosiddetti apparati decorativi te li puoi rifare con i tuoi soldi. Quell’Opcm era stata concordata con tutti gli “attori” ma quando venne fuori, qualcuno scoprì che togliere soldi e far pagare un po’ anche ai ricchi la ricostruzione della città politicamente non era conveniente (sennò le famose famiglie che da secoli detengono il vero potere in città l’avrebbero fatta pagare cara al principino di turno a palazzo Margherita). L’attacco alla struttura tecnica di missione divenne più violento (mediaticamente) del solito. Il “povero” Gaetano Fontana inviò una lettera a Chiodi nella quale – citando anche il passaggio sul “reddito” come possibile calmieratore dell’indennizzo – scrisse che aveva ormai capito che la sua presenza in città non era più gradita. Chiodi respinse le dimissioni, ma intanto sulla scena era comparso il ministro Fabrizio Barca che nel giro di qualche mese cambiò la governance della ricostruzione. Il centrosinistra in quel 2012 rivinse le elezioni amministrative col motto: la Ricostruzione è cosa nostra e guai a chi ce la tocca. Domanda ai reggitori: quell’Opcm che imponeva ai ricchi di pagarsi almeno il museo personale è stata mai applicata? Anche in questo caso non ci saranno risposte. In una città dove regna quello che un sociologo ha definito il “familismo amorale” il silenzio è d’oro.

