Quel disastro sulle bollette: una voragine da 20 milioni

Così è maturato il credito del Comune verso chi ha utilizzato gli oltre 4.500 alloggi Undici anni tra mancati avvisi, furberie, ricche consulenze e pagamenti mai fatti
L’AQUILA. Nei giorni scorsi si è parlato (o meglio riparlato) del buco provocato nel bilancio del Comune dell’Aquila (a oggi stimato in oltre venti milioni) da una gestione “allegra” dell’enorme patrimonio degli alloggi del cosiddetto Piano Case, realizzati a tempo record nel post sisma 2009 dove per Case si intende “Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili”. C’è chi ancora adesso le definisce le “Case di Berlusconi” visto che all’epoca il presidente del consiglio era Silvio Berlusconi che le volle con forza. Se si va indietro nel tempo per cercare di capire come mai è maturato e continua ad aumentare il “credito” del Comune nei confronti di migliaia di cittadini che hanno usufruito o stanno usufruendo degli alloggi, bisogna andare a una fredda mattina di giovedì 29 dicembre 2011. Dal primo gennaio 2012 sarebbero decorsi i termini per la restituzione, da parte di lavoratori dipendenti e pensionati, del 40% dei tributi Irpef sospesi nell’area del cratere sismico fino a giugno 2010 (alla fine di quest’anno, 2021, scadranno i 10 anni per chiudere i conti di quella restituzione). Quella mattina alle 10 si riunì il consiglio comunale in sessione straordinaria di prima convocazione “sotto la presidenza della vice presidente del consiglio comunale, Antonella Santilli e con la partecipazione del vice segretario generale incaricato, Domenico De Nardis”. Il sindaco era Massimo Cialente.
IL CONSIGLIO 2011. Era il consiglio numero 171 di quell’anno. L’oggetto recitava “Approvazione regolamento condominiale da applicare al compendio immobiliare denominato progetto Case e map”. In sostanza in discussione c’erano due questioni: da una parte l’approvazione del regolamento su come i condòmini dovevano comportarsi e dall’altra bisognava decidere come gestire il tutto. Dove per gestire si intendeva anche far pagare i consumi (soprattutto gas ed elettricità) e quant’altro, cosa che non era avvenuta dal marzo 2010 quando la Protezione civile aveva passato le case post sisma al patrimonio comunale. In realtà, come è noto – se si eccettua una “finestra” nel 2014 quando anche grazie a una indagine della Corte dei Conti e al buon senso di chi all’epoca gestiva la “scottante” delega, furono recuperati circa 7 milioni di euro – il “disastro” economico è andato avanti fino ai giorni nostri prima per il mancato invio delle “bollette” (almeno fino al 2013, ma anche dal 2018 in poi) e dopo per “i non pagamenti” da parte di migliaia di inquilini. Mancati pagamenti “influenzati” pure da provvedimenti poco chiari e contraddittori (per non dire di un po’ di populismo politico) che nel tempo hanno sollevato polveroni e polemiche e che in qualche caso hanno spinto anche chi voleva pagare a mettersi “alla finestra” o a far ricorso alla giustizia civile e amministrativa. Ma torniamo a quel consiglio comunale. Nella delibera che venne approvata il 29 dicembre nel primissimo pomeriggio si legge di una indicazione che era arrivata dalla Protezione civile relativa a come si sarebbero dovuti gestire i Piani Case. Nel verbale (reperibile sul web) è scritto: «A seguito dell’evento sismico del 6 aprile 2009, il Dipartimento della Protezione civile, al fine di dare un alloggio a chi ne era rimasto privo, ha realizzato il progetto Case – con 185 piastre in 19 aree per un totale di 4.449 alloggi – e i map – per 1.204 alloggi. Con il passaggio della gestione del patrimonio immobiliare del Progetto Case da parte della Protezione civile al Comune si rende necessario attivare l’amministrazione condominiale degli alloggi. Il Dipartimento della Protezione civile ha provveduto a far redigere, da professionisti amministratori di condomìnio, un regolamento condominiale per gli edifici del progetto Case. Il servizio supervisione progetto Case (si presume un servizio del Comune, ndr) ha redatto un nuovo Regolamento condominiale, per contemplare gli innumerevoli problemi sorti durante i mesi di gestione, adattarlo alle reali condizioni di utilizzo e ai differenti bisogni degli assegnatari e per tener conto della diversa situazione che differenzia gli alloggi in questione dai normali condomìni. Le attività di amministrazione sono volte a mediare conflitti fra gli inquilini, a regolare prassi di buona convivenza e ad affiancare l’utenza nello svolgimento delle procedure legate alla gestione dell’alloggio, tutto ciò in una logica di risoluzione delle problematiche legate agli insediamenti abitativi».
AMMINISTRATORI. Fin qui nulla da eccepire, ma c’è un passaggio ulteriore di cui si è sempre parlato poco. In sostanza, la Protezione civile aveva suggerito di nominare degli amministratori di condomìnio. Infatti, nel verbale del consiglio del 29 dicembre 2011 si legge ancora: «Il Comune dell’Aquila, quale destinatario delle proprietà del complesso progetto Case e map deve procedere alla nomina di amministratori cui affidare la gestione e l’applicazione del regolamento nei suddetti condomìni. La gestione condominiale si rende necessaria anche per evitare il deterioramento delle strutture e dei servizi; alle spese di gestione si provvederà mediante ripartizione delle stesse secondo la vigente normativa». Quando però si arriva al “dispositivo” della delibera la questione degli amministratori viene annacquata e di fatto sparisce. Infatti così è riportato: «Si delibera per le motivazioni di cui in narrativa di approvare il regolamento di condominio allegato alla presente deliberazione per formarne parte integrante e sostanziale; di dare atto che con successivo provvedimento verrà disciplinata la modalità di gestione». La delibera fu approvata alla unanimità dei presenti, 21 su 21 (all’epoca il consiglio aveva 40 membri).
IL REGOLAMENTO. Allegato alla delibera c’era quindi il regolamento. Nell’indice, al titolo V ci doveva essere “l’amministrazione condominiale” che però nella versione approvata dal consiglio non c’è. Al regolamento erano allegate anche le tabelle su come “ripartire le spese necessarie per la conservazione e manutenzione ordinaria a carico dei comodatari delle cose di uso comune. Il rilievo dei consumi verrà effettuato una volta l’anno previo avviso di passaggio del personale incaricato. In caso di impossibilità di accesso, per assenza del condomino o per altre cause, verrà addebitato al condòmino un consumo stimato, eventualmente basato sui consumi precedenti, da conguagliare nell’esercizio successivo». Un regolamento “perfetto” salvo che poi nel tempo nessuno, o quasi, ne ha verificato l’applicazione. Il 28 ottobre 2011 il Collegio dei revisori dei conti (due mesi prima della discussione in consiglio) fu chiamato a dare un parere sulla delibera. Il collegio diede parere positivo ma mise dei paletti e chiese chiarimenti: «Quali sono le attività e gli atti posti in essere dall’Ente, diretti a regolare i rapporti giuridico economico-finanziari tra lo stesso e gli assegnatari degli alloggi nel periodo transitorio compreso tra il momento dell’assegnazione-trasferimento della proprietà all’Ente dei beni immobili (marzo 2010) di cui trattasi fino alla data dell’entrata in vigore del regolamento condominiale (dicembre 2011); chiarimenti in merito alla figura dell’amministratore previsto (ma poi annacquato nella versione finale, ndr) nel regolamento di cui trattasi avendo riguardo di precisare come l’Ente intende organizzare la predetta funzione».
POI IL CAOS. Il giorno dopo quel consiglio, con una determina dirigenziale, fu pubblicata una “gara ad evidenza pubblica” per esternalizzare la gestione a una società specializzata nel settore. Ma quella gara, alla quale leggendo la delibera del 29 dicembre 2011 il consiglio non aveva dato ufficialmente il via libera, naufragò qualche mese dopo quando scese in campo con una sua proposta l’Asm, la partecipata comunale che si occupa di igiene urbana: per 4 milioni l’anno si sarebbe accollata la gestione ma non la riscossione. È da lì che la questione finì per ingarbugliarsi ancora di più fra ricche consulenze, ipotesi di società pubblico private, Global service e chi più ne ha più ne metta. Conclusione: ora ci sono più di 20 milioni di crediti (o residui attivi) non riscossi destinati ad aumentare negli anni.

