Quel piano di protezione civile era soltanto carta straccia

9 Marzo 2019

Febbraio 2009: 7 scosse in 15 giorni, ma nessuno guardò allo sciame sismico con un minimo di lucidità La notte del 6 aprile non c’erano aree di primo soccorso attrezzate, nessuno sapeva dove andare

L’AQUILA. Sui giornali del primo febbraio 2009 il terremoto non c’è. La cronaca si occupa dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. L’avvocato generale Brizio Montinaro dice senza mezzi termini che “sta aumentando il pericolo mafioso”. Per certi versi è una svolta. Negli anni ante-sisma si insisteva molto sull’immagine di un Abruzzo “isola felice” con la solita aggiunta “ma teniamo alta la guardia”. Probabile che, a forza di tenere alta la guardia, qualche mafioso ci si sia infilato sotto. Le vicende post-sisma dimostreranno che la criminalità organizzata aveva, già prima del 2009, agganci molto forti nella nostra regione e nell’Aquilano. Magari presenze impalpabili, comportamenti irreprensibili tesi a non destare sospetti e poter così esercitare lo sport preferito dalle mafie: il riciclaggio di denaro. Dopo il 2009 tentativi di infiltrazione ce ne sono stati e anche parecchi. Forze dell’ordine e magistratura hanno fronteggiato bene il fenomeno, ma non va trascurato il fatto che anche alcuni settori della società abruzzese hanno fatto scudo. Per amore di giustizia, correttezza e trasparenza? Forse. Ma forse anche per delimitare il territorio con una rete di interessi diffusi e impenetrabili persino per piccoli e grandi boss delle varie mafie. Le mura cittadine, così come resistettero nel XV secolo ai mercenari di Braccio da Montone, hanno respinto l’assalto degli “invasori” che miravano agli appalti pubblici e privati (più quest’ultimi a dire il vero). Parola d’ordine, categorica e impegnativa per tutti gli indigeni: la ricostruzione è cosa nostra (con le iniziali minuscole a evitare fraintendimenti).
SETTE SCOSSE IN 15 GIORNI. Il 2 febbraio sulla prima pagina del Centro, nella parte bassa (tecnicamente il fogliettone) appare una prima conta delle scosse: “L'Aquila, 7 scosse in quindici giorni”. Nel sommario gli esperti chiosano: “È uno sciame sismico di lieve entità, nessun allarme”. Insomma nulla di nuovo sotto il sole: rassicurare, rassicurare, rassicurare. Anche se i terremoti non si possono prevedere. Nelle cronache interne c’è un ampio servizio siglato dalla collega Marina Marinucci titolato: “Nell’Aquilano la terra continua a tremare”. La scossa del primo febbraio (ore 6,52 del mattino) aveva avuto una magnitudo di 2,2. L’epicentro individuato fra Onna, Monticchio e Fossa. Due mesi dopo Onna diventerà il tragico simbolo della devastazione. Ma gli abitanti sapranno solo il 6 aprile mattina che vivevano su una bomba atomica pronta a esplodere in ogni momento. La pagina del Centro del 2 febbraio 2009 (un lunedì) è però significativa per altri due motivi. Il primo è che l’allora assessore alla protezione civile Roberto Riga rivela che il Comune si è dotato di un piano di Protezione civile. Peccato che fino ad allora gli aquilani ne ignoravano l’esistenza anche se c’era stato un “furtivo” passaggio in consiglio comunale. Dice Riga nel corpo dell’articolo: “Si tratta di un piano che stabilisce le priorità da seguire e che affida ai sindaci il coordinamento delle attività da mettere in campo e che i Comuni avevano l’obbligo di attuare entro il 2008. In caso di calamità, la prima cosa prevista da tale piano è l’attivazione di un centro operativo coordinato dal sindaco o da un suo delegato. Un centro a cui dovranno fare riferimento tutte le forze in campo. Un piano, quello del Comune, che detta le linee di intervento senza entrare nei dettagli pratici. Non abbiamo individuato aprioristicamente delle zone dove magari, in caso di terremoto, andare ad allestire tendopoli o altro, in quanto ciò dipende da una serie di fattori, a cominciare dall’epicentro di un eventuale sisma. Ma nel territorio abbiamo strutture e aree di cui poter disporre immediatamente con un’ordinanza del sindaco. Voglio però ricordare”, concludeva Riga, “che i piani si fanno per poter affrontare eventuali emergenze di cui oggi davvero non c’è traccia”. Come dire: il piano c’è, ma tanto non servirà. E infatti così sarà, non perché non c’è stato il terremoto ma perché quel piano era solo carta straccia. Secondo motivo: in quella stessa pagina appare per la prima volta una tabella con l’indicazione della magnitudo (superiore o uguale a 2) delle 7 scosse dal 18 gennaio fino al primo febbraio. Una sequenza che magari doveva generare almeno qualche interrogativo nelle ovattate stanze dei poteri. Subito in basso si dava inoltre conto di uno strano “incidente”. Un pezzo di pietra della Fontana luminosa era caduto e si era rotto. Colpa del terremoto? Chissà. La vera causa non si è mai saputa.
A SINISTRA. Nella pagina seguente un intervento dell’ex parlamentare Alvaro Iovannitti (che ci ha lasciato il 29 aprile 2012 a 78 anni) tracciava una breve biografia di Vittorio Giorgi (ex parlamentare anche lui, storico sindaco di Pizzoli, amico di Leone e Natalia Ginzburg) che in quei giorni compiva 97 anni. Giorgi morirà il 21 aprile 2009 e fu proprio Iovannitti a dare la notizia, per telefono, a chi scrive. Piangeva. Come forse non aveva mai fatto nella sua vita. Il giorno dopo, sabato 3 febbraio 2009, la crisi politica comunale riconquista i suoi spazi sulla stampa. Per salvare l’alleanza di centrosinistra scende in campo l’onorevole del Pd, Giovanni Lolli, nell’inedito, ma non troppo, ruolo di pompiere. Dopo avere frenato la “minaccia” di dimissioni del sindaco Cialente, il parlamentare doveva ricucire i rapporti coi partiti più piccoli. Mentre il terremoto continuava a far sentire la sua “voce”, a Palazzo Margherita si svolgevano i soliti rituali della politichetta locale che furono aboliti per un annetto dopo il sisma anche perché molti consiglieri erano fuggiti – novelli Savoia – verso la costa. Poi però, finita la paura e trovata una sistemazione adeguata, ripresero a litigare come da tradizione. La città dunque si avviava verso la catastrofe con un Comune in preda a deliri amministrativi, con una economia ridotta al lumicino e con nessuno capace di guardare allo sciame sismico con un minimo di lucidità provando magari a trasformare quel piano di Protezione civile approvato alla chetichella poche settimane prima in un vero strumento operativo. La notte del terremoto non c’erano aree di primo soccorso attrezzate, nessuno sapeva dove doveva andare in caso di necessità, nessuno strumento di comunicazione di emergenza verso la popolazione era immediatamente disponibile. Non c’era nemmeno il prefetto andato in pensione il 31 marzo e non sostituito. Solo nelle scuole, a febbraio 2009, qualche preside illuminato aveva predisposto prove di evacuazione. Nel momento più tragico della loro storia recente gli aquilani scoprirono di essere soli e abbandonati.
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