Quel sacrificio 77 anni fa del magistrato Colagrande

8 Novembre 2020

Fucilato dai fascisti, aveva ordinato la scarcerazione di ebrei e detenuti politici Il ricordo di Aleandri che segnala: dal tribunale sparita la lapide alla sua memoria

L’AQUILA. A Ferrara, 77 anni fa, venne ucciso dai fascisti il magistrato aquilano Pasquale Colagrande.
Alberto Aleandri, aquilano che da sempre si batte per i valori antifascisti, lo ricorda e segnala che «dal tribunale dell’Aquila è scomparsa l’epigrafe che ne perpetuava la memoria». Ecco la nota di Alberto Aleandri: «Pasquale Colagrande era nato all’Aquila nel 1911 e, rivelatosi un ottimo magistrato, si trovò a Ferrara nel 1938, quale sostituto procuratore del Re. Non molto tempo dopo aderì alle idee di gruppi di varia provenienza antifascista finché, durante il governo Badoglio, lo troviamo a far parte del primo comitato di Liberazione di Ferrara. Ha inizio, così, la Resistenza ferrarese anche con la sua partecipazione insieme all’avvocato socialista Mario Cavallari, all'ingegner Cesare Monti, all’avvocato Raffaele Melli ed altri. Trovandosi Ferrara a ridosso del Po, si viveva sempre sotto la continua presenza dell’invasore nazista e delle asservite milizie fasciste. Fulminee dovevano essere, perciò, le azioni armate nel centro urbano, non meno le azioni di sabotaggio».
LE PREMESSE. «Il 21 settembre del 1943 comparve a Ferrara una compagine di repubblichini capeggiata dal federale Mario Tizzani che fermamente si adoperava per ottenere da tutti il massimo servilismo nei confronti dell’invasore tedesco. I fascisti dunque spadroneggiavano nella città e si verificò un fatto che condusse rapidamente a termine la vita di Pasquale Colagrande. Il federale Ghisellini, uno dei gerarchi fascisti che tenevano sotto controllo Ferrara (e che aveva idee tendenti ad evitare un inasprimento della lotta con il Cln), venne a trovarsi in aperto contrasto con gli estremisti fascisti di Carlo Govoni. Al fine di trovare un punto d’incontro ebbe luogo una riunione, dallo stesso Ghisellini proposta, tra i dirigenti fascisti (Ghisellini, Govoni e Tizzani) e una rappresentanza di antifascisti (Tegli, Longhi, Monti e Stefani) che aveva l’obiettivo di evitare violenze da una parte e dall’altra. Ne scaturì invece, più in là, un proditorio arresto nei confronti degli antifascisti convenuti. Ma anche il destino di Ghisellini fu segnato».
«Le cose infatti precipitarono subito», continua Aleandri, «quando lo stesso Ghisellini, che il 14 novembre 1943 era atteso alla federazione, da dove doveva partire con altri gerarchi alla volta di Verona per un congresso, non solo non fu visto arrivare, ma più tardi fu trovato cadavere nella sua automobile ucciso da persona, che con certezza, doveva essere da lui conosciuta e frequentata: i colpi di arma da fuoco, infatti, risultavano esplosi a bruciapelo sulla nuca. Ma nulla doveva trapelare del cruento regolamento di conti, triste segno di quanto bassi e spregiudicati fossero i rapporti tra i camerati ferraresi. Non si esitò, quindi, ad arrestare il vice-prefetto Aldo Marotta, il vice-questore Giuseppe Poli e il tenente comandante della stazione dei carabinieri di Cento, che erano ben decisi a far luce sul delitto. Ma la lucida, e criminale logica della più asservita fazione fascista all’invasore, a cui, quasi sicuramente, risaliva la responsabilità del delitto», continua ancora Aleandri, «si scatenò in tutta la sua ferocia: si dovevano trovare dei capri espiatori e facilmente furono trovati. Le secche parole del segretario nazionale del partito fascista, Pavolini, erano state: Ghisellini sarà subito vendicato».
LA MORTE. «Venne subito stilata una lista di persone da mandare a morire, accusate di antifascismo. Tra di esse Pasquale Colagrande che era stato arrestato tempo prima con l’accusa di aver ordinato subito dopo il 25 luglio 1943 l'immediata scarcerazione di tutti i detenuti politici e degli ebrei ristretti nel carcere cittadino, tra cui gli avvocati Teglio e Piazzi e il commerciante ebreo, Alberto Vita Finzi. Una squadra capeggiata dal gerarca Nicola Furlotti presentatosi alle 4 al carcere veronese, venne a chiedere, prepotentemente, la consegna di Colagrande, sostituto procuratore del Re. A Colagrande, ormai in palese e imminente pericolo, data la sua posizione di alto magistrato, fu proposta una possibilità di fuga che avrebbe potuto attuarsi con il consenso del direttore delle carceri Giovanni Gusumano. Lapidaria fu la risposta: Salvarsi? O tutti o nessuno».
L’ESECUZIONE. «Pasquale Colagrande, primo fra tutti volle uscire dal carcere per affrontare il plotone d’esecuzione il 15 novembre del 1943. Il suo cadavere, insieme a quelli di altre dieci persone, fu portato di fronte al monumento ai caduti fascisti e lì lasciato fino al giorno seguente. La popolazione manifestò il proprio sdegno recando fiori ai piedi delle salme. Secondo lo storico Claudio Pavone quello del 15 novembre 1943 può essere considerato come il primo eccidio di guerra civile in Italia. Furlotti (già comandante del plotone d’esecuzione che fucilò Ciano all’esterno del carcere degli Scalzi), giudicato dopo la liberazione e condannato a morte, fu poi liberato e divenne un esponente del Msi di Messina».
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