Quell’inutile rapporto Barberi
Già nel 1999 erano stati individuati gli edifici pubblici a rischio ma nessuno pensò di intervenire
L’AQUILA. Il 1999 non fu solo l’anno della conferenza stampa organizzata da due politici di An – insieme a due esperti – per denunciare che il sottosuolo «poco coeso» della città offriva al terremoto un’arma letale in più: l’accelerazione sismica capace di amplificare di molto una scossa e quindi fare danni gravissimi sia umani che materiali (come è accaduto alle 3.32).
In quel 1999 giunse a conclusione anche un enorme lavoro di studio sulla vulnerabilità degli edifici pubblici di alcune regioni del centro sud fra cui l’Abruzzo. Quello studio è passato alla storia (soprattutto quella del post-sisma 2009) come “Rapporto Barberi” dal nome di Franco Barberi che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso fu a capo della Protezione civile, ministro e sottosegretario. Barberi, come noto, è stato uno dei sei esperti finiti sotto processo e poi assolti nell’ambito della cosiddetta inchiesta sulla commissione Grandi Rischi che si era riunita una settimana prima del 6 aprile 2009 e che lanciò messaggi rassicuranti alla popolazione (dei sette imputati è stato condannato solo Bernardo De Bernardinis all’epoca vice capo della Protezione civile).
Quale era l’obiettivo del rapporto Barberi? Lo spiegava in un testo introduttivo Mauro Dolce (anche lui nome noto all’Aquila per le vicende post sisma).
«In termini generali il progetto era ed è finalizzato fondamentalmente a ottenere una stima del rischio sismico del patrimonio edilizio esistente, particolarmente di quello pubblico o adibito ad uso pubblico» affermava Dolce «come noto, le valutazioni di rischio sismico sono il risultato di sintesi delle valutazioni di pericolosità sismica del territorio, dell’esposizione al rischio e della vulnerabilità sismica degli oggetti esposti. Gravi carenze e ritardi si hanno per ciò che riguarda la conoscenza del patrimonio edilizio italiano, sia come consistenza numerica (esposizione), che come caratteristiche strutturali che ne condizionano la risposta sismica (vulnerabilità). Il Progetto si propone di colmare tale lacuna per un’ampia porzione del territorio italiano più soggetto a rischio sismico, l’Italia centro-meridionale e meridionale. Il risultato di questa operazione è d’importanza fondamentale ai fini di una corretta politica di riduzione del rischio sismico» sosteneva Dolce. Ma andiamo nel dettaglio e vediamo cosa diceva quel rapporto in relazione all’Aquila. Lo rivelò pochi giorni dopo il sei aprile 2009 il Corriere della Sera: «Il censimento evidenziava 209 edifici in muratura di cattiva qualità con solai in legno e putrelle, e altri 346 sempre di cattiva qualità con solai in laterizi e calcestruzzo».
Alcuni esempi: “Prefettura. Tipologia: muratura. Età di costruzione precedente al 1919. Utilizzazione: totale. Volume 32.028 metri cubi. Vulnerabilità sismica: medio-alta”.
“Università, via Assergi. Muratura precedente al 1919. Utilizzo totale. 8.660 metri cubi. Vulnerabilità medio alta”. “Ospedale San Salvatore via Nizza. Muratura precedente al 1919. Sopraelevazione: 5.740 metri cubi. Vulnerabilità media” e via dicendo.
Inoltre, si faceva notare che quasi un terzo delle abitazioni private «è ritenuto a rischio sismico alto». Quel rapporto venne inviato a Regione, Province e Comuni. Nessuno lo lesse. Divenne famoso solo post. A tragedia avvenuta.
3/continua

