Quella domenica di scontri con sassaiole e barricate

L’ombra di una regìa politica dietro la devastazione delle sedi dei partiti E il Pci reagì con una imponente manifestazione a piazza Duomo con Ingrao
L’AQUILA. La vera giornata di guerriglia dei “moti dell’Aquila per il capoluogo” fu quella di domenica 28 febbraio 1971. Se il giorno prima, sabato, i rivoltosi erano stati favoriti dall’effetto sorpresa e dalla “presunta” scarsa reattività delle forze dell’ordine almeno nelle prime ore (cosa che costò il posto al questore Michele Introna quando sabato pomeriggio arrivò all’Aquila il capo della polizia Angelo Vicari con la Celere al seguito), la domenica le strade in ingresso alla città e tutte quelle del centro storico erano ben presidiate. Questo costrinse i manifestanti a cambiare tattica lanciando sassi e allestendo barricate all’improvviso, dileguandosi poi nei vicoletti. La presenza della Celere fu uno dei motivi che acuì lo scontro.
LA CELERE. Il giornalista e storico Walter Capezzali, all’epoca direttore di Aquilasette, il battagliero settimanale schierato per L’Aquila capoluogo di Regione – che per il giornale doveva essere a “a tutto tondo e senza compromessi” – ha ricordato di recente all’agenzia Ansa: «Fecero venire da Roma la Celere per difendere alcuni esponenti del Governo: c’erano già stati gli attacchi alle sedi dei partiti, ma nella capitale si preoccupavano per l’onorevole Nello Mariani del Psi, all’epoca sottosegretario di Stato agli Interni. In realtà gli aquilani non se la sono presa con Lorenzo Natali (Dc, aquilano di adozione ndr) all’epoca ministro dell'Agricoltura nel governo di Emilio Colombo, o con i suoi familiari, ma nemmeno con Mariani: fu la presunta difesa della casa di quest’ultimo a far arrivare i celerini da Roma. Passando vicino alla questura ho visto la Celere che portava con violenza dei giovani feriti dentro la struttura. Il questore Introna fu sollevato dall’incarico con l’arrivo del capo della polizia Angelo Vicari. Il ministero dell’Interno» dice ancora Capezzali, «provvide in maniera pesante, forse avevano paura che si trattasse di episodi come quelli di Reggio Calabria, ma così non era».
L’ATTACCO AI PARTITI. I “moti” dell’Aquila sono passati alla storia e all’immaginario collettivo soprattutto per un fatto: l’attacco e la devastazione delle sedi dei partiti compresa quella del Pci che fu fatta sgomberare dal questore (che il sabato mattina non era stato ancora rimosso), il quale convinse gli iscritti che la stavano difendendo a uscire paventando esplosioni e una possibile carneficina. L’ex parlamentare, sindacalista e presidente emerito del consiglio regionale Generoso (Gianni) Melilla – che nel 1971 aveva 17 anni –ricorda quegli episodi come un vero e proprio “vulnus” alla democrazia. Per Melilla «le forze democratiche dal secondo dopoguerra non avevano mai subìto la devastazione della propria sede provinciale. Queste cose succedevano solo negli anni Venti del secolo scorso quando i fascisti incendiavano e distruggevano le sedi socialiste, comuniste e sindacali. Il Pci ne fu particolarmente traumatizzato. Bisogna tornare al 1946 quando la sede della federazione del Pci di Napoli venne assediata da fascisti e monarchici che vennero però respinti dai comunisti che risposero al fuoco senza paura. Si racconta che il dirigente Pci Gian Carlo Pajetta (1911-1990), al telefono con un autorevole comunista aquilano che lo informava della devastazione della federazione, chiese con rabbia: Quanti morti, quanti feriti? In sostanza non poteva essere tollerato – da chi aveva subìto qualche decennio prima il carcere e il confino e che aveva guidato la lotta armata contro i nazifascisti – che nel 1971 si potesse assistere al dramma democratico delle sedi dei partiti incendiate. Per questo il Pci decise di reagire subito con la mobilitazione popolare e antifascista. Del resto in Italia in quei mesi lo slogan più gridato nelle manifestazioni dei missini era: L’Aquila, Reggio… a Roma sarà peggio. Naturalmente nella rivolta di Reggio Calabria il ruolo dell’estrema destra fu molto più marcato ed eversivo. E anche lì ci volle una grande manifestazione nazionale organizzata dai metalmeccanici, dagli edili e dai braccianti per stroncare la rivolta. In quel caso i fascisti misero addirittura le bombe sui binari per impedire l’arrivo dei treni dei lavoratori dal nord Italia», dice ancora Melilla, «ma all’Aquila le cose andarono per fortuna diversamente. La manifestazione del 7 marzo con Pietro Ingrao in piazza Duomo fu imponente e chiuse quella breve stagione di violenza politica che aveva visto debordare dal terreno democratico le forze che soffiavano sul fuoco del campanilismo tra Pescara e L’Aquila, tra la costa e la montagna». Sul fatto che i moti aquilani fossero stati “ispirati” soprattutto dall’estrema destra non tutti concordano. Il giornalista e scrittore Antonio Andreucci, che ha pubblicato un libro sui fatti dell’Aquila e di Reggio Calabria (con uno sguardo anche ai moti di Pescara del giugno 1970), sostiene che nella rivolta aquilana non ci fu una connotazione politica ben definita. Secondo Andreucci si scese in piazza perché L’Aquila si sentì, a torto o a ragione, tradita dalla politica che aveva dato vita a un compromesso che avrebbe potuto svilire il suo ruolo di capoluogo.
LA BATTAGLIA DEI MANIFESTI. Sull’edizione dell’11 marzo 1971 Aquilasette intuisce subito che sui “moti” si sarebbe scatenato un “nuovo” scontro politico per “attribuire” a qualcuno le colpe di quanto accaduto. Il settimanale mette in prima pagina una foto molto significativa sulla quale c’è questo titolo: “La battaglia dei manifesti”. «Non è stato il fuoco che ha bruciato le loro sedi» scriveva il direttore Capezzali , «ma la necessità di dire qualcosa di valido all’elettorato che ha creato imbarazzo a tutti i partiti politici. Facili profeti, avevamo previsto lo scatenarsi della battaglia dei manifesti. Chi ha ragione? A chi dare ascolto?» Il giornale respinge l’idea che tutto sia stata colpa di “caporioni” fascisti. «C’è chi invece, come i giovani democristiani», si leggeva nell’articolo, «è più obiettivo. In un loro comunicato affermano, tra l’altro, che le fumanti sedi dei partiti devastate dai manifestanti testimoniano il distacco pure esistito tra popolazione e forze politiche. La verità», continua Capezzali, «è che oggi (marzo 1971 ndr) c’è un capoluogo acefalo, guida volutamente asfittica di una regione sempre più divisa e tormentata e c’è la rabbia di chi, avendo votato in buona fede, non riesce a comprendere il perché questa volta si debba tutto sacrificare alla ragion politica. Una situazione, insomma, di estremo avvilimento alla quale i partiti reagiscono con lo stile di sempre contraddicendosi l’un l’altro, lanciando appelli e accuse, credendo soprattutto di poter recuperare L’Aquila alle loro idee ma L’Aquila genuina è quella che si toglie di tasca mille lire perché crede che la legge possa ancora difendere il capoluogo ed è quella che ora vuol vederci chiaro, ma la chiarezza non è la prerogativa dei nostri politici. I manifesti che abbiamo visto in città firmati dai partiti sono tutti colorati: rossi, verdi, gialli. E questo perché gli sproloqui scritti sul rosso, sul verde o sul giallo si leggono malamente e più sono lunghi più non si ricordano».
OGGI. Dopo 50 anni i “moti” sono ormai storia e di acqua ne è passata tanta sotto i ponti. Senza contare che L’Aquila nel 2009 ha dovuto subire un’altra “cesura”, il terremoto. «A 50 anni di distanza e dopo i drammi vissuti, ritengo che siano finiti i tempi dei campanilismi e delle divisioni pregiudiziali», ha detto il vicepresidente del consiglio regionale Roberto Santangelo (Azione politica), «confermando che l’Abruzzo è un solo corpo con una molteplicità di cuori che devono battere all’unisono per garantire crescita, sviluppo e credibilità». Per la deputata Stefania Pezzopane (Pd) «nel dibattito sociale e politico la cesura tra area costiera e interna non è mai stata totalmente ricucita. In questi 50 anni molte scelte hanno fatto fare passi avanti nel riequilibrio territoriale, ma così come i gamberi, in altri momenti si è tornati indietro». (10-fine)
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