«Quella notte tra i feriti in ospedale»

17 Marzo 2019

Il racconto di Di Silvestro: «Al pronto soccorso gente a terra sui materassi»

«Seppi che erano le 3 e 32. Seppi che durò circa 30 secondi la furia della natura. Accompagnato da un boato, un terremoto di una violenza inaudita, ha fatto traballare la mia abitazione, scaraventandomi lungo il corridoio, come un gigantesco demolitore entrato in azione all’improvviso sotto le fondamenta. “Figli dove siete?”, riuscii a urlare. “Tranquillo papà siamo qui”. “Tutti fuori! Via! Via!!, continuavo a gridare precipitandomi giù per le scale, inciampando a ogni passo negli oggetti e calcinacci sparsi dappertutto, riparandomi dai pezzi di intonaco che continuavano a cadere mentre sentivo Gianfranco chiedere aiuto per un forte dolore alla spalla.
Il cielo era stellato. L’aria fredda. In lontananza le sirene dei soccorsi già emettevano il loro intenso continuo triste suono. Un chiarore dispettoso cominciava a delineare cosa era successo attorno a noi. La mia casa, la villa “I quattro noci”, frutto di sacrifici e lavoro di una vita, non era più come prima. Irriconoscibile. Ma non c’era tempo per le riflessioni. Bisognava curare l’emergenza. Mio figlio, che continuava a soffrire per un dolore sempre più intenso, aveva necessità di cure. Quando fui con la macchina nei pressi dell’ospedale cominciai a rendermi conto della gravità della situazione. L’ingresso principale era crollato. Al pronto soccorso tantissime persone, scioccate e incredule, erano in attesa che qualcuno si occupasse di loro. Nel reparto di prima accoglienza altre decine di persone avevano trovato un’improvvisata sistemazione nei corridoi adagiate su materassi stesi sul pavimento. I loro visi erano sofferenti, impauriti, smarriti. Un medico urlava di far passare soltanto i feriti gravi. Una madre disperata invocava il nome del figlio, estratto in gravi condizioni dalle macerie. Una giovane donna piangeva e pregava. Un infermiere spingeva una barella con un corpo coperto da un lenzuolo. All’improvviso un fuggi fuggi: urla e ancora urla. Altre scosse, di minore intensità, si susseguivano. Un inferno. Quello scenario e quelle urla le vivo ancora. Indimenticabili, tragiche, drammatiche.
Nel pomeriggio, dopo essere stati sollecitati più volte da mio figlio residente a Numana (Ancona), con una decisione immediata, con la famiglia di mia sorella partimmo per le Marche. La tv trasmetteva le immagini della mia città. Raccontava la tragedia che aveva colpito gli aquilani, inquadrava i quartieri distrutti, i visi impauriti e sofferenti della gente. Si soffermava sulle chiese dai campanili diroccati e dalle cupole scoperchiate. Aggiornava il numero di coloro che avevano perso la vita sotto le macerie, colpiti nel sonno. Ottanta, centoquindici, centocinquanta. Amici, conoscenti. Mi abbandonai su una poltrona e man mano prendevo conoscenza della tragedia che aveva colpito “L’Aquila bella mé”. In pochi secondo la mia città era stata colpita a morte, la mia vita distrutta. Mi appisolai, sopraffatto dalla stanchezza.
Fu il 15 aprile, giorno del compleanno di colei che ci aveva lasciato 40 giorni prima, che ripresi contatti con la città. Già all’uscita del traforo, il paesaggio che mi si presentava riaprì le ferite. I mezzi di soccorso che procedevano oramai senza affanno verso la città; le colonne di automezzi speciali che trasportavano voluminosi componenti per la costruzione di case provvisorie; le macchie squadrate di tende color azzurro a Tempera; le case coloniche dalle mura in pietra squarciate che costeggiavano l’autostrada, mi riportarono alla triste realtà. Soltanto un pastore, immobile, a guardia del suo gregge, come tante volte ne avevo visti nella mia terra, mi strappò un malinconico sorriso in quell’uggiosa mattinata del ritorno. La prima tappa fu il cimitero. Mai così triste fu quel luogo. Mi avviai con passo pesante verso il luogo dove riposava: non si vedeva nessuno. Notai alcune lapidi cadute, una folata di vento ribaltò una corona poggiata lungo il corridoio, mentre ero raccolto a guardare la sua foto. Mi riavviai verso l’uscita affrontando un’aria pungente che sferzava il viso. In lontananza si sentiva soltanto il flebile respiro della mia città lacerata. Fui preso da forte angoscia e con gli occhi umidi andai via stizzito, per riprendere la via di Numana. Passavo le giornate passeggiando malinconicamente lungo la spiaggia a scrutare il mare in lontananza avvolto nei miei pensieri e sostavo in un bar del porticciolo a sfogliare il giornale. Una mattina leggo una notizia: “Oggi all’Aquila viene riconsegnato uno dei monumenti simbolo della città: la Fontana delle 99 Cannelle”. La mente torna a quella notte che ha interrotto una storia. Oggi, quanto riluttante, preso da una sorta di amore-odio, decido di tornare per ripercorrere quell’abituale tragitto che va dalla casa paterna a piazza Duomo, imboccando il corso dalla Fontana Luminosa, mi sembra di essere raggiunto da silenziosi lamenti dalle viuzze laterali; via dei Sali, via Carlo Franchi, via Altonati, via Mazzini, via Bominaco, via de’ Navelli: sento i sussurri della città dolente. Allora l’amore per quei luoghi, il rivedere gli scorci di quelle strade che hanno accompagnato i miei passi allegri verso lo struscio, prevale sull’odio per quell’amaro, triste evento e torno a sperare. Avrò la fortuna di rivedere L’Aquila e le sue bellezze? Di rivivere i luoghi e i ricordi degli anni più belli della mia vita? Dove sono nati i miei quattro figli? Voglio tornare a contarle quelle 99 Cannelle e fare da cicerone agli amici che verranno a trovarmi da fuori e parlare loro delle leggendarie 99 piazze, delle 99 chiese, dei rintocchi della Torre di Palazzo, che sentivo dalla mia abitazione di via Cirillo. E questa sera, chiudendo gli occhi, se avrò l’orecchio attento potrei addormentarmi al suono lontano dei 99 rintocchi di Palazzo».
*cittadino aquilano