Quella strage mancata nel 1944 Salvi in tre, Mosè Pace fu ucciso

I tragici giorni del giugno 1944 rivivono negli atti giudiziari rimasti in un cassetto per settant’anni L’inchiesta sull’assassinio del contadino da parte dei tedeschi fu chiusa senza nessun colpevole
L’AQUILA. I primi 12 giorni del giugno 1944 furono tra i più sanguinosi di tutta l’occupazione tedesca nell’Aquilano. Vengono ricordate in particolare le stragi nazifasciste di Filetto (7 giugno) e Onna (11 giugno) con, in complesso, 34 vittime. Meno nota è una “strage” che fu sventata in extremis a Colle di Sassa anche se una vittima innocente ci fu. Si tratta di Mosè Pace, ucciso in maniera feroce. Oggi sappiamo – grazie al fascicolo che contiene gli atti dell’inchiesta aperta all’epoca, chiuso per non doversi procedere nel 1951, e insabbiato per 70 anni – che la strage non avvenne sia perché la gran parte della popolazione era fuggita nelle campagne ma soprattutto per l’intervento di un cittadino che parlava tedesco, il quale convinse i nazisti ad “accontentarsi” della morte di Pace. Così ad almeno tre ragazzi fu risparmiata la vita. La ferocia dei soldati teutonici si era scatenata dopo un attacco a una loro pattuglia da parte di 2 partigiani (i cui nomi compaiono in una testimonianza) che si era concluso col ferimento di un militare occupante.
IL TESTIMONE
Nel fascicolo c’è la testimonianza di uno dei giovani che ebbe salva la vita. Si tratta di Eugenio Benedetti (all’epoca aveva 31 anni), che, interrogato più di un anno dopo, il 30 luglio 1945 riferisce al “Procuratore del Regno” (così è scritto sull’atto) quanto segue: “Il 12 giugno 1944 mi trovavo in campagna nei pressi della stazione di Sassa coi miei cugini Luigi Benedetti e Balduino Benedetti allorché udimmo un colpo d’arma da fuoco. Ci voltammo e vedemmo un camion tedesco che scendeva da Colle di Sassa. Poco dopo sentimmo un nuovo colpo d’arma da fuoco. Immaginammo che si trattava di un’azione di partigiani contro i tedeschi in ritirata. Il camion continuò la sua corsa e, giunto sulla strada nazionale, caricò soldati guastatori che lì si trovavano per le ultime distruzioni. Nel frattempo io e i miei amici ci avviammo verso casa. Lungo la strada fummo raggiunti dal parroco di Tornimparte, don Giacomo, col quale proseguimmo la strada ma fummo raggiunti dal camion tedesco che poco prima avevamo visto fatto segno dai colpi di arma da fuoco. I soldati, sette o otto, che erano sul camion con parole minacciose ci obbligarono a salire sul loro mezzo per, evidentemente, prenderci come ostaggi. Giunti nei pressi del paese lasciarono un soldato a guardia del camion insieme a un mio cugino mentre noi fummo costretti a seguire i militari che operavano il rastrellamento del paese. Se non che, avendo sentore del pericolo, la popolazione era fuggita nelle campagne e i tedeschi non riuscirono nel loro intento. Trovarono solo un uomo che però, per le implorazioni della moglie, fu lasciato libero. Io mi trovavo proprio col soldato che era stato ferito (non gravemente) dall'azione dei partigiani e questi visto a un tratto uscire di casa il povero Mosé Pace, che era ignaro di tutto perché proprio allora era tornato dalla campagna, gli puntò contro il moschetto e senza proferire parola lasciò partire un colpo. Pace, colpito a una gamba, cadde a terra e poco dopo si rialzò gridando per il dolore. Il tedesco, convinto di averlo ammazzato, stava andandosene, ma sentite le grida tornò indietro e, visto, che era ancora in piedi, gli sparò di nuovo facendolo stramazzare a terra. Il rastrellamento era fallito per la fuga degli altri abitanti e i tedeschi erano più che mai inferociti. Noi tre che non conoscevamo il tedesco eravamo alla loro mercé e molti erano i nostri sforzi per far capire loro che l’azione non era opera degli indigeni (i locali) ma di prigionieri inglesi. Per fortuna si trovò in zona tale Berardino Ianni che conosceva la lingua tedesca e lui riuscì a convincere i soldati i quali si “contentarono” di aver ammazzato un uomo”.
LA MORTE DI MOSè PACE
A raccontare nel dettaglio l’uccisione di Mosè Pace che aveva 49 anni fu, sempre nel luglio 1945, la moglie Annunziata De Marchi di 54 anni che riferì i fatti di cui era stata testimone diretta: «Io, mio marito e mio figlio Ludovico eravamo rientrati da poco dalla campagna e stavamo mangiando delle ciliegie allorché sentimmo un colpo di arma da fuoco. Mio figlio d’un balzo uscì fuori avendo intuito che erano i tedeschi che facevano qualche rappresaglia e si diede alla fuga. Un soldato gli sparò addosso, come mi fu poi raccontato, ma il colpo gli passò tra le gambe. Anche mio marito disgraziatamente uscì, seguito da me che temevo per lui. Aveva appena sceso la scala esterna della nostra casa che si trovò di fronte a un tedesco, il quale, senza proferire parola, tirò un colpo di moschetto che lo colpì a una gamba. Poiché il colpo non era grave mio marito, pur gemendo, si rialzò. Il tedesco che si era allontanato era tornato indietro e, visto di nuovo mio marito in piedi, sparò un nuovo colpo prendendolo al ventre. Mi precipitai a soccorrere mio marito cercando di confortarlo. Ero china su di lui, per soccorrerlo come potevo, quando tornò ancora una volta l'assassino di mio marito con l’intenzione di finirlo. Cercai di coprire mio marito che giaceva a terra, ma il tedesco presami per un braccio mi scostò con forza e sparò di nuovo questa volta in direzione della testa. Il colpo fortunatamente andò a vuoto. Io soccorsi come meglio potevo mio marito aiutata da qualche vicino volenteroso che andò a chiamare il dottore che però non venne in quanto gli fu detto da alcuni che si sarebbe esposto a un inutile pericolo dato che mio marito era stato ferito troppo gravemente e per lui c’era poco da fare. Il dottore venne solo la mattina dopo e mi disse che c’era speranza ancora di salvezza e lo trasportarono all’ospedale col carrettino, ma dopo qualche minuto dall’ingresso spirò». A Colle di Sassa sulla parete della chiesa di Sant’Antonio è posta una lapide con la seguente epigrafe: “Mosè Pace, 13 giugno 1944. In ricordo del compaesano vittima civile e innocente della Seconda guerra mondiale”.
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