Quelle mele per combattere la fame

Il magazzino alla stazione che salvò gli sfollati rimasti senza cibo
di Giovanbattista Pitoni*
In un secolo, ma soprattutto nel corso del 2015, sono state raccontate mille storie riguardanti il disastroso terremoto che cento anni or sono rase al suolo moltissimi paesi e procurò la morte di trentamila persone: è stato scritto soltanto qualcosa rispetto a quanto accaduto durante e dopo l’immane disastro che gli studiosi non esitano a definire il più violento della storia italiana!
Non si è parlato di mille altri episodi che rischiano di essere dimenticati e che, invece, dovrebbero essere da tutti conosciuti.
Intorno al Lago Fucino, per la natura asciutta del terreno e per il micro clima derivante dalla presenza delle acque, si coltivavano frutteti oggi scomparsi.
Nel Seicento Muzio Febonio scrisse dei mandorli, base indispensabile per i famosi confetti di Sulmona, le rinomate pesche marsicane erano continuamente esportate a Roma, i fichi erano presenti ovunque, le montagne erano spesso ricoperte da uliveti e qualche pianta, fino all’inverno del 1984-1985, ancora resisteva sulle alture che circondano l’ex alveo, sul Salviano c’era una strada in forte discesa chiamata Olìve de Calènne ove si svolse una battaglia risorgimentale tra i borbonici e le truppe piemontesi.
Bernardino Iatosti, nella sua “Storia di Avezzano”, racconta la visita che durante la metà dell’Ottocento il Re Borbone Ferdinando II fece ad Avezzano, dove fu ricevuto nel Palazzo Marimpietri situato nella Piazza San Bartolomeo; al termine del pranzo, dopo aver sorseggiato a lungo il vino locale, sentenziò: «Un ottimo champagne avezzanese!».
Scomparso il lago il clima cambiò e molte colture pian piano scomparvero: quella della mela, però, ha sempre resistito ed oggi, è a tutti noto, essa rappresenta un elemento essenziale della povera economia di Ortona dei Marsi e dei paesi circonvicini.
Prima del terremoto, in prossimità della stazione ferroviaria, c’era un grande deposito di mele destinate ad essere trasportate nel Mercato Generale della Capitale.
Il 13 gennaio 1915 e per quarantotto ore ancora, i pochi sopravvissuti non avevano di che sfamarsi.
L’Esercitò giunse dopo un paio di giorni ed impiegò del tempo per organizzarsi nell’ambito di un’ampia tendopoli; le derrate alimentari, destinate a tutta la popolazione marsicana, anche per ragioni logistiche, non vennero subito distribuite e gli scampati al disastro, laceri, contusi, infreddoliti, inebetiti per le ferite e per la perdita dei propri cari, ebbero l’impellente problema di cibarsi per sopravvivere.
A qualcuno venne in mente il deposito di mele e propose un sopralluogo per accertarsi dell’eventualità di potersene nutrire: le strutture erano fortemente lesionate ma le casse contenenti i frutti erano in parte ancora integre.
A nessuno venne in mente di chiedere il permesso anche perché non si sapeva se il proprietario fosse sopravvissuto al sisma: per qualche giorno, dunque, decine di persone mangiarono soltanto mele fino a quando vennero distribuiti vivere normali!
(presidente Istituzione
terremoto della Marsica)
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