«Questa terra che trema e non dà pace»
Il racconto di Giustizieri: «Fotogrammi impolverati nella memoria, l’ansia di sapere come sarà il domani»
Fotogrammi impolverati nella memoria, molecole sparse vaganti nello sforzo del ricordo. Non ho immagini complesse organizzate, pensieri consecutivi per quella notte. Solo lampi di luce affiorano, forse un bisogno egoistico di rimozione delle sequenze per far posto unicamente a ciò che la mente non ha potuto o voluto cancellare.
Un armadio che balla, un letto che sussulta, la difficoltà di alzarsi, un figlio che irrompe nella camera con l’annuncio terrorizzato del camino crollato nella sala. La fuga precipitosa tutti insieme giù all’aperto, nella stradina di casa. Molto freddo, la strada che sobbalza di continuo, l’aiuto dato a un muratore straniero venuto giù con il pavimento da una casupola lì vicino che si allontana lentamente e nulla più vuole. La decisione di rimanere nelle macchine, nella Suzuki io, un figlio e Holden il nostro amato cane, nella Renault mia moglie e l’altro figlio, le chiavi prese istintivamente e il telefonino in mano arraffato al volo, poco ricordo, vicino un’altra macchina con i parenti di mia moglie, anche loro fuori, soli in attesa di qualcosa, ma di che? Occhi continui sulla casa: non regge, regge, è lì apparentemente intatta. E dentro la nostra gattina che non si è fatta prendere, nascosta chissà dove!
Poi le luci dell’alba, le prime tragiche notizie dalla radio delle macchine, la terra che trema ancora e non dà pace, il coraggio di rientrare per vedere, uno sguardo veloce, crepe nell’intonaco, frammenti qua e là, calcinacci del camino a terra, la micia è sotto il letto, prenderla velocemente e metterla nel suo trasportino e uscire di nuovo. Ma la casa è lì, se tutto cessa si potrà riparare, rientrare, quando chissà, il pensiero di allora! Non è solo un tetto sotto cui dormire, mangiare, stare insieme a chi ti è caro, è molto di più. È parte del nostro passato, è parte della nostra storia, è la nostra identità e casa è anche questa terra: era il timore che non sarà più, mai più così. Si rimane all’aperto, caffè, parole e conforto reciproco con i vicini. Si rientra a turno, l’acqua c’è ancora, doccia veloce, si afferra a volo qua e là per rispondere al necessario con la terra continuamente a tremare. Ci si organizza, ho cancellato come, solo frammenti di memoria: il caos che segue la tragedia, la Guardia di Finanza, le prime istruzioni, i volti della gente, le telefonate alle persone care, la gioia di sentirne alcuni, poi la destinazione. Il lutto di una città intera, parenti e amici inghiottiti dal mostro, la televisione sempre accesa, l’ansia di sapere, di sapere che sarà del nostro domani...
*scrittore
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