Referendum giustizia, Guanciale: «Voterò No, la politica non interferisca con l’attività dei magistrati»

L’attore marsicano: «Non vorrei che potesse avere la facoltà di costruirsi un'impunità o di pilotare il potere giudiziario nel Paese in cui viviamo»
AVEZZANO. Il referendum sulla riforma della magistratura diventa ogni giorno di più ormai uno scontro tra guelfi e ghibellini, tra populares e optimates. Solo che mentre nel Medioevo e nell’antica Roma gli antagonismi poggiavano le loro basi sui diversi modi di stare al mondo o di affrontare gli accadimenti della vita, oggi assistiamo spesso a una diaspora puramente strumentale e ideologica che non aiuta a comprendere in pieno i quesiti referendari. Lino Guanciale non è tipo da esprimere le sue convinzioni a cuor leggero e non si nasconde mai quando si tratta di prendere posizioni niente affatto diplomatiche. L’attore marsicano è oggi interprete in tv di un personaggio illuminato come il dottor Mario Tobino, nel contesto della terribile condizione delle donne nei manicomi negli Anni ’40.
Lino Guanciale, che idea ti sei fatto di questo referendum?
«Guarda, io mi sono fatto un'idea precisa dopo aver affrontato l'argomento documentandomi. Siccome ci sono anche insigni personalità, che in nome di una certa coerenza, a prescindere dallo schieramento politico, si sono espresse per il SÌ, si battono per il SÌ, ho cercato di studiare meglio che potevo, chiedere consiglio, cercare di addentrarmi nella materia».
A che risultato ha portato?
«Io ho questa impressione, e cioè che il merito non sia tanto la separazione delle carriere, cosa sulla quale si può fare una battaglia di coerenza e si può essere più o meno d'accordo. Il cuore di questo quesito referendario è un meccanismo di nuova selezione per il Csm che lo rivoluziona completamente e che crea un'interferenza madornale tra esecutivo e giudiziario».
Proviamo ad approfondire.
«A me questa interferenza di poteri non sta bene, chiunque sia al governo, ma anche se domani governasse chi entra più nei miei desiderata, nelle mie affinità elettive; ebbene, io non vorrei mai che potesse avere la facoltà di costruirsi una impunità o di pilotare il potere giudiziario nel Paese».
È questo il pericolo che corriamo?
«Certo, perché questo non ci rende più uguali, non ci mette tutti quanti di fronte alle stesse responsabilità, diritti e doveri. Per cui c’è il rispetto della posizione, tra virgolette, avversa, ma il No per me è chiaro per questa interferenza che si va a creare».
Molte delle polemiche si sono create per il metodo utilizzato nell’approvazione della legge che ora con il referendum si chiede di confermare. Non credi?
«Assolutamente, se almeno si profilasse una natura di maggioranza qualificata per la selezione sarebbe diverso. Il rischio invece è che si dia la possibilità a chiunque governi, a sinistra, destra, a qualunque tipo di coalizione, di avere in mano la possibilità di un condizionamento madornale».
Qual è il primo sentimento che provi rispetto a questa eventualità?
«Inquietudine, davvero. Ma non per una questione ideologica, mi inquieta proprio dal punto di vista istituzionale, perché si ingenera davvero un bug all'interno del meccanismo della suddivisione delle autonomie, dei poteri nel nostro Paese. Il nervo poi si scopre quando si sentono determinate dichiarazioni che veramente fanno venire fuori che evidentemente c'è un'intenzione di poter controllare, di poter condizionare l'autonomia della magistratura».
Qualche esempio?
«Guarda, se si parla di magistratura come plotone di esecuzione e si sostiene, come ha fatto lo stesso nostro ministro Nordio, che questa riforma conviene a chiunque vada a governare, significa che si dà per scontato che chi deve governare deve proteggersi dalla magistratura come potere avverso».
Non è rassicurante.
«Direi che questa cosa è sbagliata, ma è sbagliata a prescindere dagli schieramenti politici. La magistratura è uno dei poteri fondamentali del nostro sistema e ne va garantita l'autonomia perché è garanzia di democraticità. Io capisco che qualcuno possa percepire di essere sotto l'occhio della magistratura come una grossa difficoltà, però se hai la responsabilità di governo può accadere come per qualunque cittadino».
Dal dibattito pubblico che si è innestato negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, quali sono le questioni che ti hanno lasciato più perplesso? Il governo parla di miglioramento delle funzioni della magistratura in caso di vittoria del SÌ.
«Questa riforma non rende più veloci i processi, non destina nuove risorse alla giustizia, non la rende più veloce, non la rende più efficace, semplicemente la mette sotto controllo. Io non sono fra quelli che chiede se è necessario un controllo dell'esecutivo sulla magistratura. La magistratura e la giustizia si aiutano in altre maniere».
C’è qualcosa di questa riforma su cui si può aprire un confronto più sereno?
«Di separazione di cariche si può tranquillamente parlare, ma senza avere la pretesa di condizionare. È quello che è il vero guscio di questa proposta».
Il comitato per il SÌ sostiene che si possano ridurre i casi di malagiustizia. Che ne pensi?
«Certo che esistono casi di malagiustizia, ma fare di tutta l'erba un fascio e mettere dentro anche quei magistrati che invece hanno il compito di combattere la criminalità, alla fine, può determinare solo maggiore insicurezza. E questa maggiore insicurezza può aumentare le paure di un Paese che a quel punto si rannicchierebbe ancora di più».
E quindi la politica cosa può fare?
«Credo che la politica non debba chiedere alla magistratura di non interferire. Oppure che si debba difendere dall'attacco di questo o quel magistrato che mette nelle proprie mire questo o quel progetto politico. Alla politica è richiesta trasparenza e se sei in una posizione di potere va da sé che tu abbia gli occhi addosso della magistratura in virtù delle responsabilità che hai scelto di caricarti più di quanto possa accadere a un normale cittadino».
A cosa porta tutto ciò?
«Chiunque di noi, in virtù delle responsabilità che prende nella propria esistenza, può incorrere in un dialogo non sempre liscio con la giustizia. Però è la vita, è la democrazia, in altri sistemi questi problemi non si pongono, proprio perché il potere si tutela dall'inizio dall'interferenza eventuale di qualcuno che stia a garanzia dell'applicazione delle leggi. Se accetti il gioco lo accetti fino in fondo».
Qualcuno sostiene che la magistratura abbia troppo potere. È così?
«Credo che qui si scontri in un sistema polarizzatissimo come il nostro, con due mentalità e, all'interno della mentalità opposta rispetto alla mia, ci possa essere anche della buona fede. Però è un atteggiamento alimentato dalla paura».
Resta forte il tema della politica che potrebbe interferire.
«La politica non è forte quando si può garantire un'impunità da tutto. La politica è forte quando è trasparente e per questo inattaccabile. Non c'è un'altra strada per far funzionare i sistemi democratici. È per quello che credo che sia giusto votare NO, ma ripeto, sempre a partire dal rispetto delle posizioni di tutti, a meno che non si ricorra a bassissima demagogia per difendere le proprie posizioni».
Quanto sono in pericolo i principi dell’indipendenza e autonomia della magistratura?
«All'interno del Paese ci sono corpi che combattono l'uno contro l'altro e che hanno bisogno di difendersi l'uno dall'altro, se non invece di paletti, boundaries, limiti che consentono all'uno e all'altro dei pilastri istituzionali di marciare autonomamente per il bene del paese. Per cui dico No a questo tipo di meccanismo che fondamentalmente ci fa fare grossi passi indietro rispetto a quella ricerca di sintesi politica per i cambiamenti importanti del paese che la Costituzione delinea come percorso fondamentale».
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