20 marzo

Oggi, ma nel 1979, a Roma, in via Orazio, veniva messo a segno uno dei misteri più articolati della storia contemporanea del Belpaese: l’assassinio di Carmine “Mino” Pecorelli, di 51 anni, direttore di “Op” ovvero “Osservatore politico”, prima agenzia di stampa quotidiana in ciclostile su abbonamento, fondata il 22 ottobre 1968, e poi rivista settimanale regolarmente in vendita nelle edicole, lanciata il 28 marzo 1978, che verrà chiusa il 27 marzo 1979 dopo l’omicidio. Il giornalista, già avvocato, veniva freddato, con quattro colpi di pistola calibro 7,65 della rara marca Gevelot, spesso usati dai sicari della Banda della Magliana, uno al volto e tre indirizzati alla schiena, dentro la sua auto, una Citroen Cx Pallas verde, nel quartiere Prati, a poca distanza da via Tacito dove aveva sede la redazione del periodico da lui diretto.
Profondo conoscitore del contesto storico, si muoveva mirabilmente in un mondo losco al margine della legalità, era molto ben documentato e con fonti di altissimo livello che andavano dai servizi segreti del Viminale, soprattutto nella persona di Umberto Federico D’Amato, ai vertici dell’Arma dei carabinieri, particolarmente col generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, passando per gli aderenti alla loggia massonica deviata Propaganda 2, segnatamente col faccendiere Licio Gelli, della quale era anche un affiliato. Pecorelli (nella foto, particolare, a bordo della sua precedente Citroen, la Ds “Squalo”) era stato in grado d’intervenire magistralmente in un’ampia casistica di argomenti. Tra i più foschi e i più svariati.
Incluso quello, super spinoso, inerente il falso comunicato numero 7, cosiddetto del Lago della Duchessa, delle Brigate Rosse sul sequestro del leader democristiano Aldo Moro verosimilmente realizzato dall’abruzzese Toni Chichiarelli da Rosciolo di Magliano de’ Marsi. Pecorelli era di origine molisana, di Sessano, in provincia di Isernia, dove, il 22 ottobre 2011, in occasione dei 32 anni dalla violenta dipartita terrena, la municipalità onorerà la sua memoria dedicandogli una piazza. Sul delitto Pecorelli verrà detto e scritto di tutto, dalla natura ricattatoria di molte se non la quasi totalità delle inchieste pubblicate fino al coinvolgimento di personaggi di spicco del panorama istituzionale come Giulio Andreotti.
Le preziose rivelazioni di Francia Mangiavacca, segretaria di Pecorelli e sua compagna nella vita di tutti i giorni, non serviranno ad indirizzare la magistratura verso la pista giusta. Tra i potenziali sicari verranno tirati in ballo, a vario titolo e in contesti differenti, anche Massimo Carminati, detto “Il cecato”, Giuseppe Valerio Fioravanti, chiamato “Giusva”, Michelangelo La Barbera, Franco Giuseppucci. Con mandanti che spazieranno dal “Divo Giulio” ai vertici della cupola mafiosa come Giuseppe “Pippo” Calò, Stefano Bontate e Gaetano “Tano” Badalamenti passando per i notabili maglianini Enrico de Pedis, alias “Renatino”, e Maurizio Abbatino, ossia “Er Crispino”, fino al piduista Gelli, ovvero “Il maestro venerabile” già menzionato. Ma la triste fine di Pecorelli rimarrà, comunque, senza un colpevole assicurato alla giustizia.
