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Intervista al ministro Urso «Le aree interne sono il cuore del sistema del Made in Italy»

19 Marzo 2026

Il titolare del dicastero dello Sviluppo economico al Centro: «Qui nascono eccellenze che il mondo intero ci invidia»

L’AQUILA.

C’è un’Italia che continua a produrre valore lontano dalle metropoli, nei laboratori, nelle botteghe e nei piccoli stabilimenti delle aree interne. È l’Italia del saper fare, quella che unisce tradizione e innovazione e che ancora oggi rappresenta una delle colonne portanti del Made in Italy.

In questo mosaico produttivo fatto di competenze antiche e visione contemporanea, territori come l’Abruzzo e L’Aquila occupano un posto speciale: qui l’artigianato non è soltanto economia, ma identità culturale, memoria e prospettiva di sviluppo.

La Giornata della Cultura artigiana, che torna oggi all’Aquila, diventa così l’occasione per riflettere sul valore di questo patrimonio e sulle politiche necessarie a difenderlo e rilanciarlo in un contesto globale sempre più competitivo.

Al centro del confronto ci sono le sfide dell’industria italiana, il futuro delle aree interne e il ruolo delle piccole e medie imprese nella crescita del Paese. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che oggi sarà in città, ha anticipato al Centro alcuni temi.

Ministro, quanto è importante per il governo valorizzare il saper fare italiano proprio nei territori dell’entroterra e delle aree interne?

«È fondamentale per l’Italia valorizzare le aree interne e le loro specificità produttive, poiché proprio in questi territori, spesso lontani dai grandi centri urbani, sono nate imprese che nel tempo sono diventate autentiche eccellenze e simboli riconosciuti del Made in Italy nel mondo. La storia dei distretti industriali ne è una chiara testimonianza: un modello produttivo unico, radicato nelle comunità locali, che ha saputo coniugare tradizione, innovazione e qualità, rappresentando una delle vere forze del nostro sistema Paese. Sostenere e rilanciare queste realtà significa promuovere uno sviluppo più equilibrato e sostenibile per l’intero territorio nazionale».

Il saper fare artigiano è una delle identità più forti del Paese, con L’Aquila che eccelle per l’artigianato gastronomico (pensiamo allo zafferano, al torrone, liquori, cioccolato), le antiche tradizioni ceramiste, gli scalpellini della pietra bianca di Poggio Picenze e di Vigliano di Scoppito, conosciute in tutto il mondo. Quali politiche concrete sta portando avanti il ministero per difendere e valorizzare questo patrimonio?

«Il percorso di valorizzazione dei prodotti enogastronomici locali ha trovato piena espressione nel riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco. A questo si affianca oggi un ulteriore percorso, altrettanto rilevante: il riconoscimento delle indicazioni geografiche per i prodotti artigianali e industriali, che consentirà di tutelare e valorizzare anche altre tipologie produttive tipiche dei nostri territori, rafforzandone l’identità e la competitività».

L’Aquila è diventata negli ultimi anni anche laboratorio di rinascita economica dopo il terremoto del 2009. Il modello di ricostruzione può diventare anche un modello di sviluppo per le aree interne italiane? E che città si aspetta di trovare nell’anno della capitale della Cultura?

«La ricostruzione dell’Aquila rappresenta oggi un modello virtuoso di rinascita economica e sociale del territorio, capace di offrire prospettive concrete alle prossime generazioni. Un esempio che richiama quanto avvenne con la ricostruzione del Friuli dopo il terremoto di cinquant’anni fa: un’esperienza che ha profondamente segnato la nostra generazione e che ancora oggi viene ricordata come simbolo di coesione nazionale e capacità di reagire alle difficoltà. Potete essere orgogliosi di quel che avete fatto, sarete portati ad esempio dalle prossime generazioni».

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i tavoli di crisi industriale in Italia. Qual è oggi la priorità del governo per difendere il sistema produttivo, anche locale?

«In questa legislatura i tavoli si sono drasticamente ridotti grazie al nostro modello di intervento. Ad oggi, i tavoli di crisi attivi al Ministero sono 41, in calo rispetto ai 55 del 2022. Allora erano a rischio 80.000 occupati, mentre oggi i tavoli riguardano 35.000 occupati, meno della metà. Ci sono inoltre 30 tavoli di monitoraggio con circa 24.000 lavoratori coinvolti, testimonianza dell’attenzione che il Ministero dimostra di avere anche nelle fasi successive alla gestione attiva. Maggiori crisi risolte, alcune che si protraevano da decenni, se pensiamo a Wartsila, Termini Imerese, Whirlpool Emea, Isab, Piaggio Aerospace, FOS Prysmian, La Perla, Marelli, Beko, Diageo, Adriatronics, Dema, Jabil, Venator».

Molti imprenditori denunciano una lenta deindustrializzazione, con aziende che spostano produzioni all’estero. Come si difende la manifattura italiana?

«Abbiamo realizzato un nuovo impianto legislativo volto a contrastare la delocalizzazione, prevedendo che le aziende che chiudono uno stabilimento in Italia siano tenute a restituire gli incentivi pubblici ricevuti negli ultimi dieci anni. Anche grazie a queste misure, i fenomeni di delocalizzazione si sono progressivamente ridotti, mentre sono cresciuti gli investimenti esteri, sia sul mercato azionario sia nelle nuove iniziative greenfield, fino a raggiungere livelli record. L’Italia oggi è un Paese affidabile, apprezzato e attrattivo. Lo dimostra il risultato record dei 35 miliardi di investimenti greenfield registrati nel 2024, una traiettoria positiva confermata anche nel 2025. A certificarlo è inoltre il FDI Confidence Index, il principale indicatore internazionale sugli investimenti esteri, che nel 2025 colloca l’Italia all’ottavo posto nel mondo, con un balzo di tre posizioni rispetto all’anno precedente».

Oggi siamo la seconda manifattura d’Europa, ma il Paese cresce meno di altri. Perché?

«I dati riportano altre tendenze. In un anno particolarmente complesso come il 2025, l’Italia ha registrato una crescita dell’export del 3,3% a livello globale – miglior dato tra le tre maggiori economie dell'area Euro – e di oltre il 7% sul mercato americano, nonostante i dazi: dati che testimoniano la solidità del Made in Italy e il sostegno garantito dal Governo alle imprese. Numeri che ci hanno consentito di diventare il quarto esportatore mondiale affiancando il Giappone. Se guardiamo poi ai dati dell'export, espressi in dollari quindi al netto del deprezzamento dell'euro verso la valuta americana, l'Italia con un +7,1% ha stabilito la migliore performance tra i paesi del G7, più di Stati Uniti e Cina».

Possiamo sperare davvero un piano per l’indipendenza energetica?

«È un processo già in atto, sostenuto dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. Ne è un esempio il Piano Transizione 5.0, che incentiva la produzione di energia da fonti rinnovabili per l’autoconsumo industriale. A questo si affiancano la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas e, in prospettiva, lo sviluppo dell’energia nucleare di nuova generazione. Si tratta di piccoli reattori realizzati su base industriale, puliti e sicuri, modulari e componibili, per i quali abbiamo già delineato un percorso sia legislativo sia produttivo, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica del Paese e sostenere la competitività del sistema industriale».

Molti giovani lasciano le aree interne e il Sud per cercare opportunità altrove.

«Nelle aree interne come nel Sud emerge una rinnovata voglia di fare, con una cultura d’impresa sempre più radicata sul territorio. Sosteniamo il Meridione costruendo un’infrastruttura solida basata su misure integrate: dalle Zes e incentivi fiscali locali all’art. 13 per attrarre investimenti e favorire progetti di filiera, fino alla copertura della rete nelle aree bianche. Solo una competitività diffusa rende i territori più attrattivi e trattiene i talenti. In questo percorso è indispensabile rafforzare il sistema delle competenze a partire dal Liceo del Made in Italy, agli ITS Academy fino alle università che al Sud come nelle aree interne del Centro offrono una base solida di competenze, ricerca e potenziale di trasferimento tecnologico. Per sostenere la formazione del personale delle Pmi nel Mezzogiorno abbiamo stanziato 50 milioni, con particolare attenzione ai processi di transizione tecnologica, digitale e green».

Ministro, tra crisi energetica, tensioni internazionali e competizione globale, il sistema produttivo italiano è davvero al sicuro oppure serve una nuova politica industriale più coraggiosa?

«Il nostro sistema produttivo ha dimostrato in questi anni una notevole resilienza, anche di fronte a shock senza precedenti, dalle crisi energetiche alle tensioni internazionali. Siamo in una fase di profonda trasformazione globale, in cui la competizione industriale si gioca su energia, innovazione e autonomia strategica. In questo contesto si inserisce anche il lavoro portato avanti sul piano nazionale dal Mimit, con il Libro Bianco “Made in Italy 2030”, presentato a gennaio, che definisce la nostra visione di politica industriale per il Paese. Sul fronte europeo, invece, fin dall’inizio della legislatura abbiamo contribuito con le nostre posizioni al superamento di un’impostazione ideologica, guidando la revisione dei principali dossier industriali e costruendo consenso attorno ai nostri non-paper su Cbam, Ets, automotive, siderurgia e chimica. Il 2026 per l’Europa dovrà essere l’anno delle riforme: servono decisioni coraggiose da parte della Commissione per difendere e rilanciare i settori più esposti alla concorrenza internazionale».

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