Riaffiorano tesori artistici in un convento del 1200

2 Febbraio 2018

Casale Sant’Antonio, la scoperta si riferisce a prima della fondazione della città Lopardi: in zona già esisteva un pellegrinaggio più consistente della transumanza

L’AQUILA. La ricostruzione dell’Aquila continua a portare alla luce tesori nascosti: affreschi, pavimento in pietra del 1200, un portale con una scritta in latino gotico. Non si contano più, ormai, gli edifici, sia pubblici che privati, nei quali, in seguito al terremoto, sono stati rinvenuti affreschi o resti archeologici che stanno riscrivendo, in parte, anche la storia della città, arricchendola di particolari in parte sconosciuti. Un caso interessante è quello di Casale Sant’Antonio, edificio situato a Pile, in via Fonte Burri. Il casale, un immobile privato interamente vincolato, ospita anche la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio fuori le mura ed era, anticamente, un ospedale-convento la cui costruzione sarebbe addirittura antecedente alla stessa fondazione della città (1254). Lo storico Signorini, nel libro “La diocesi dell’Aquila descritta e illustrata”, afferma che l’edificio esisteva già un secolo prima, nel 1128. A costruirlo furono i Canonici regolari di Sant'Antonio di Vienne, ordine monastico-militare medievale i cui membri erano chiamati anche “cavalieri del fuoco sacro” in quanto dediti alle cure degli ammalati del cosiddetto “fuoco di Sant'Antonio”. Il casale, dunque, non era altro che una sorta di lazzaretto con annessa una chiesa. Ospedali come questo venivano costruiti sulle vie di comunicazione lungo le quali avvenivano i grandi pellegrinaggi religiosi. Oltre che come santuari e sanatori, funzionavano perciò anche da stazioni di posta.
«Questo vorrebbe dire», afferma Maria Grazia Lopardi, presidente dell’associazione Panta Rei e autrice di numerosi studi sulla presenza dei Templari all’Aquila e sul simbolismo dell'abbazia di Santa Maria di Collemaggio, «che nell’area dove poi è sorta la città doveva esserci, già molto prima della sua fondazione, qualche forma di pellegrinaggio ancor più consistente della transumanza». L’ospedale cessò di funzionare a fine Cinquecento, mentre il convento fu soppresso nel 1409. La chiesetta è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Seriamente danneggiata dal terremoto, conserva uno dei più antichi e importanti portali dell’Aquila, sul cui architrave è incisa una scritta, in latino gotico, che reca l’anno in cui venne realizzato: 1308. Tale datazione ne fa un caposaldo nella storia artistica aquilana, un punto di partenza che è servito a classificare altre opere della città. Il portale, costruito in pietra bianca calcarea, estratta probabilmente dalle cave della zona di Poggio Picenze, è stato sottoposto a un consolidamento strutturale e a una ripulitura che ha eliminato lo sporco e le stratificazioni accumulatesi nei secoli. Durante i lavori di ristrutturazione, avvenuti sotto la supervisione della Sovrintendenza, sulla facciata del casale è stato riscoperto, nascosto dall’intonaco, anche il cosiddetto opus aquilanum - una tipologia costruttiva tipica del Due-Trecento consistente in conci di pietra calcarea squadrati disposti su filoni orizzontali – mentre nella chiesa, sotto uno strato di mattonelle in cotto, è riaffiorato un pavimento in pietra calcarea bianca e rosa. Il pavimento è stato smontato per permettere la catalogazione delle pietre e l’avvio degli scavi archeologici.
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