Rianimazione, D’Andrea attacca i vertici dell’Asl

Per l’ex primario l’indisponibilità del reparto, attualmente dedicato al Covid, sta provocando danni enormi all’ospedale dove l’attività chirurgica è ridotta
SULMONA. Un ospedale che sta lavorando con il freno a mano tirato. Senza la disponibilità del reparto di Rianimazione interamente occupato da malati Covid, tutte le altre divisioni mediche hanno drasticamente ridotto l’attività chirurgica praticamente limitata ai soli interventi di routine. Tanto che negli ultimi tempi una settantenne sulmonese è stata trasportata all’Aquila per un’emorragia cerebrale. Mentre, nei giorni scorsi, un’altra paziente, dopo aver subìto un intervento chirurgico, è stata trasferita nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Popoli. Una situazione che ha ridotto l’ospedale di Sulmona a un semplice ambulatorio «perché», dicono i medici in servizio nei vari reparti, «un ospedale senza la rianimazione non è un ospedale». Lo sottolinea in maniera ancora più lampante l’ex responsabile del Dipartimento di chirurgia e rianimazione Gianvincenzo D’Andrea.
«La decisione della direzione generale dell’Azienda sanitaria di classificare il reparto di rianimazione dell’ospedale di Sulmona come Unità operativa Covid determina, conseguentemente, una riclassificazione di tutta l’attività della struttura peligna per un periodo non precisato», evidenzia D’Andrea. «Ciò comporterà inevitabilmente una drastica riduzione dell’attività ordinaria dei reparti, in particolare di quelli chirurgici. Ma non solo, perché non potranno più essere sottoposti a intervento i pazienti che per le loro condizioni o per la complessità della procedura, in base alle linee guida attuali, devono poter disporre di un posto letto in terapia prima di essere operati. Questo significa, tanto per fare un esempio, che l’attività chirurgica protesica e quella traumatologica maggiore dell’ortopedia come pure quella oncologica della chirurgia generale e anche quella ostetrica ad alto rischio dovranno essere svolte altrove». Il tutto nel contesto del punto nascita a rischio. Per l’ex primario, a questo punto, sarebbe molto più conveniente utilizzare temporaneamente, ma per intero, l’ospedale di Sulmona come struttura Covid dotandolo di tutti i settori specialistici collegati. E definendo con precisione in quali ospedali e con quali modalità organizzative viene spostata l’attività non più eseguibile.
«Organizzare il corretto svolgimento dei servizi sanitari nel corso di un’emergenza è sicuramente cosa impegnativa e difficile», sottolinea D’Andrea, «ma un manager della sanità che voglia chiamarsi tale sa cosa fare e come farlo e deve sempre ricordare che l’interesse di tutti i malati, non soltanto di quelli Covid, deve essere tenuto ben presente. E l’interesse di ogni malato è rappresentato dalla certezza dei tempi di cura, da quella dei luoghi di cura e dalla certezza della qualità delle terapie. Nella situazione attuale», conclude D’Andrea, «forse non sono stati rispettati gli interessi né degli uni né degli altri».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

