Ricatto “hard” a prete giovane condannato

Trenta mesi anche in Appello all’aguzzino dell’ex parroco di Bagno Il Pg: «Gli spillò soldi minacciando di divulgare messaggi scabrosi»
L’AQUILA. Niente sconti nemmeno in Appello per il giovane israeliano Mehez Amara, condannato a trenta mesi di carcere per un ricatto a sfondo sessuale ai danni dell’ex parroco di San Raniero di Civita di Bagno, don Luigi Abid Sid. Fu lo stesso prete a denunciare l’estorsione e a mandare in carcere il giovane. Il quale aveva chiesto soldi per non divulgare i messaggi WhatsApp compromettenti, intercorsi tra loro. Una storia che, quando emerse alla ribalta delle cronache, tre anni fa, mise in serio imbarazzo la Curia aquilana e il sacerdote, pur parte lesa nel procedimento penale, dovette avviare un percorso di riabilitazione come previsto dal diritto canonico.
Nel processo, l’avvocato Ernesto Venta aveva chiesto l’assoluzione del giovane o, almeno, un maggiore approfondimento istruttorio a suo avviso molto lacunoso. Comunque il collegio ha respinto la richiesta della Procura generale di rimpatriare l’accusato. Venta proporrà ricorso in Cassazione per il suo assistito, che non rischia il carcere.
LA STORIA. I due si erano conosciuti nel 2014 in quanto il giovane israeliano, nativo di Nazareth, studente universitario, viveva negli alloggi della residenza di San Carlo Borromeo, tra Coppito e Preturo, gestita proprio dalla Curia aquilana. Essi, in breve tempo, divennero intimi amici e il loro rapporto fu caratterizzato da innumerevoli messaggi sboccacciati. All’inizio si trattò di frasi spiritose, che poi divennero sempre più spregiudicate. Lo straniero, secondo la tesi dell’accusa, aveva bisogno di soldi per tirare a campare e decise di “finanziarsi” a spese del prete. Verso la fine di giugno 2014 l’imputato chiese al sacerdote di poterlo incontrare nei pressi del centro commerciale L’Aquilone. Lo studente gli disse che alcuni suoi amici avrebbero letto quei messaggi e li avrebbero divulgati se non avesse pagato. Secondo la polizia era tutta un’invenzione, ma il parroco decise di sottostare alla richiesta consegnando a più riprese 7mila euro.
LA TRAPPOLA. Stanco delle vessazioni il sacerdote prese coraggio e, pur immaginando che sarebbe stato per lui come un boomerang, decise poi di presentare denuncia alla polizia dopo l’ennesima richiesta di soldi, ben 10mila euro da pagare in più volte. Una denuncia che fu figlia della disperazione. La polizia, dunque, organizzò un piano. I due si dettero un appuntamento per la consegna di 1500 euro. E il giovane israeliano (di origini palestinesi) non trovò il religioso, ma gli agenti che lo portarono in carcere. Gli investigatori hanno sempre ritenuto che l’imputato avesse agito da solo e si era anche inventato un fantomatico giornalista che avrebbe chiesto anche lui dei soldi per non pubblicare i messaggi di cui sarebbe venuto in possesso: come e dove non fu mai da lui spiegato. Gli investigatori sequestrarono il cellulare dell’israeliano e poi anche quello del parroco, ma senza conseguenze penali per costui. In primo grado, tramite rito abbreviato, ci fu la condanna per estorsione mentre la difesa, gli avvocati Ernesto e Massimiliano Venta, voleva almeno la derubricazione del reato in truffa.
TURBAMENTO. La rimozione del sacerdote dall’incarico fu inevitabile, a fronte del disagio e «turbamento» arrecato ai fedeli e alla Chiesa. Su decisione dell’arcivescovo Giuseppe Petrocchi, don Abid Sid, che nel frattempo si era dimesso, lasciò «temporaneamente» la parrocchia aquilana «per passare un periodo di riflessione e preghiera in un centro di spiritualità», come annunciò la stessa diocesi.
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