Ricomposta la statua distrutta in 800 pezzi

L’AQUILA. Ottocento i frammenti di terracotta polverizzata raccolti all’indomani del sisma del 2009 dalle macerie nel Castello dell’Aquila, allora sede del Museo Nazionale d’Abruzzo. Erano della...
L’AQUILA. Ottocento i frammenti di terracotta polverizzata raccolti all’indomani del sisma del 2009 dalle macerie nel Castello dell’Aquila, allora sede del Museo Nazionale d’Abruzzo. Erano della statua del 1512 di Saturnino Gatti, un Sant’Antonio abate, figura centrale nella devozione popolare, ritenuta irrecuperabile dai tecnici che si adoperarono al recupero delle opere già dal maggio 2009.
Il primo step dell’ex Soprintendenza Bsae fu appaltare la catalogazione dei frammenti. Fu il Consorzio “Le Arti” a operare lo studio di fattibilità attraverso la ricomposizione appassionata e certosina dei frammenti e a restituire la scultura dopo un lavoro che ha impiegato una sofisticata struttura di sostegno ai tre moduli che compongono la statua. Ne parlerà al Munda alle 17,30 di giovedì Antonella Amoruso. Entrata gratuita.
L’incontro è il sesto del ciclo “Vive l’Arte all’Aquila” organizzato dal Polo Museale dell’Abruzzo, diretto da Lucia Arbace, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Aquila. Sono previsti anche crediti formativi per gli studenti. Seguirà, per chi volesse, una cena nel ristorante nella zona delle 99 Cannelle con ricette della cultura gastronomica contadina.
L’intervento di restauro è stato curato dal Consorzio Le Arti (Antonella Amoruso, Elisabetta Biscarini, Giulia Cervi, Silvia Pissagroia); la struttura di sostegno è dell’ingegnere Giovanni Santinelli, mentre il responsabile unico del procedimento è Anna Colangelo e il direttore dei lavori Caterina Dalia.
Questi i prossimi appuntamenti: 5 dicembre - Il restauro dei Santi Patroni di Giulio Cesare Bedeschini come metafora della rinascita cittadina (professoressa Valentina White); 12 dicembre - Il restauro del San Girolamo di cartapesta di Pompeo Cesura (dottore Umberto Maggio; 19 dicembre - Il restauro di un badalone ligneo quattrocentesco (dottoressa Norma Carnicelli).
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