Ricordo del carabiniere freddato dai banditi sardi

24 Dicembre 2021

L’AQUILA. Nella parte Est del cimitero monumentale si è svolta una cerimonia per ricordare il 55° anniversario della tragica uccisione del giovane brigadiere aquilano dei carabinieri Carlo Lombardo,...

L’AQUILA. Nella parte Est del cimitero monumentale si è svolta una cerimonia per ricordare il 55° anniversario della tragica uccisione del giovane brigadiere aquilano dei carabinieri Carlo Lombardo, ad opera del banditismo sardo, caduto all’età di 23 anni in terra di Sardegna, nel paese di Fonni, dove comandava la locale stazione.
Dopo diversi anni dall’efferato episodio, il 5 giugno 2009, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concesse la medaglia d’oro al merito civile al giovane, in occasione dell’annuale Festa dell’Arma dei Carabinieri. Loredana Lombardo, accompagnata dai due fratelli superstiti del caduto, Giacomo e Luigi, ha deposto una corona d’alloro sulla tomba dell’eroico giovane, alla presenza del consigliere delegato dal sindaco, Ferdinando Colantoni, del tenente Domenico Antonucci in rappresentanza del comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Nicola Mirante, di don Giorgio Haneiko e del cavaliere Francesco Moriante, presidente dell’Associazione nazionale dell’Arma dei Carabinieri, intervenuto con il labaro dell’associazione e con una rappresentanza dei carabinieri in congedo.
La famiglia Lombardo ritiene che sia importante «perpetuare il ricordo di coloro che hanno dato la loro vita per l’interesse comune e, soprattutto, per consentire un armonico e democratico sviluppo dei territori».
I familiari ricordano che l’efferato omicidio, ancora a distanza di 55 anni è rimasto impunito. «Dopo tanto tempo», sostiene Luigi Lombardo, «il perdono cristiano potrebbe essere concesso, ma il perdono, proprio per l’intrinseco significato della locuzione, necessita della presenza di un destinatario, per cui non può essere concesso in maniera astratta. Il perdono è figlio della giustizia e, in questo caso, giustizia non è stata fatta, nonostante fosse stato arrestato un indiziato, indicato dallo stesso Carlo durante l’agonia prima della morte, e sul quale pesavano ben tre prove, non tre indizi. Dopo 22 mesi di carcere preventivo si celebrò in Corte d’Assise a Nuoro un processo nel quale le parti civili, cioè i parenti del caduto, furono rappresentate dagli avvocati Gustavo, Bernardino ed Elena Marinucci, in quegli anni costituenti uno degli studi penalistici più importanti d’Italia. Ciononostante il processo si chiuse con l’assoluzione dell'imputato e morì là, con un unico grado di giudizio in quanto la Procura “dimenticò” di presentare l’appello». I familiari ricordano che i reperti trovati nel luogo dell’uccisione, come i mozziconi di sigaretta, all’epoca, furono repertati come corpi di reato e conservati insieme con i bossoli dei colpi esplosi. «Se potessero essere ritrovati, si potrebbe riaprire un caso giudiziario e rendere finalmente, giustizia a un giovane di 23 anni, che faceva soltanto il proprio dovere servendo la Patria in cui credeva fermamente».
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