Ricostruzione, controlli carenti

19 Marzo 2016

C’è stata tanta improvvisazione, ora la verifica dei flussi finanziari affidata a Finanza e Corte dei conti

L’AQUILA. Il dato fornito dalla Guardia di finanza qualche giorno fa è impressionante: nell’ambito della ricostruzione post sisma sarebbero stati chiesti (o percepiti) con modalità che le Fiamme gialle definiscono illecite, ben 46 milioni di euro di contributi. Soldi che potrebbero servire a rifare una piccola frazione dell’Aquila. È probabile che le “truffe” scoperte siano, statisticamente, molte meno di quelle realizzate. Il dato fornito dalla Finanza pone una questione più ampia che si concretizza in una domanda: ma come vengono fatti i controlli sulla ricostruzione e soprattutto chi e come li fa? Quello dei controlli è forse il vero ventre molle di tutto il post-sisma aquilano a cui solo di recente si è cercato di porre rimedio. Per capirne di più bisogna ripartire dall’inizio e in questo percorso è molto utile la relazione della Corte dei conti (resa nota 15 giorni fa) che punta l’attenzione sulla ricostruzione privata.

LA CLASSIFICAZIONE. Come è noto le case dopo il terremoto furono classificate fondamentalmente in quattro categorie (A, B, C, E) in base agli esiti di agibilità. Già il 6 giugno 2009 venne fuori una ordinanza della Presidenza del consiglio dei ministri (Opcm) che disciplinava i contributi per le case A, cioè edifici agibili che avevano avuto solo qualche graffio. Si stabilì di dare a tutte le A 10.000 euro (20.000 se edificio singolo in zona rossa). I controlli, a campione, dovevano essere affidati ai Comuni, ma è noto che quei 10.000 euro li presero un po’ tutti sulla “fiducia”. Se i controlli ci siano stati o meno è un mistero destinato a rimanere tale. Certo è che molte abitazioni cambiarono colore della facciata, facciata che, forse, la notte dei 6 aprile, era diventata “bianca” per la paura. Il 6 giugno 2009 venne fuori anche un’altra ordinanza che disciplinava la concessione di contributi per le unità immobiliari con esito di tipo B (cioè temporaneamente inagibile da rendere agibile con provvedimenti di pronto intervento). L’ordinanza disponeva che i Comuni dovessero eseguire «controlli a campione, anche tramite sopralluoghi, sull’esecuzione dei lavori nella misura pari al 30% dei soggetti che hanno percepito il contributo». L’ordinanza del 9 luglio 2009 relativa alle case E (strutturalmente inagibili o distrutte) prevedeva – come per le case B – che «i Comuni effettuino i controlli a campione sia sui progetti e, anche tramite sopralluoghi, sull’esecuzione dei lavori nella misura del 30% dei soggetti che hanno percepito il contributo».

Per le case B (abitazione principale) si prevedeva la copertura integrale delle spese occorrenti per la riparazione. Dunque, tutto affidato ai Comuni che all’epoca non avevano né personale e né strumenti per effettuare i controlli tanto che per tutto il periodo commissariale fu la filiera (Cineas- Reluis-Fintecna) a tagliuzzare qua e là richieste che sembravano eccessive (l’allora commissario Gianni Chiodi si vantò spesso del fatto che, grazie alle verifiche della filiera, lo Stato aveva risparmiato ben 250 milioni di euro). A fronte di controlli molto blandi le sanzioni (quella più grave è la revoca del contributo) di fatto non sono state mai applicate se non in casi sporadici.

CONTROLLI. Pochi controlli (anche oggi il Comune dell’Aquila ad esempio è tenuto a verificare sia sugli atti documentali che direttamente in cantiere le pratiche sorteggiate nella misura del 30 per cento, cioè meno di una pratica su 3) significa che il rischio di illegalità è molto alto. Chissà se in Comune, da qualche parte, esiste un database da cui risulti il numero dei controlli e soprattutto gli esiti così da sapere quanti tagli di fondi e quante penali sono state applicate. La sensazione dall’esterno è che sia un po’ tutto all’acqua di rose. Alla mancanza di controlli seri è stato posto rimedio con la legge 125 del 2015 che ha messo in mano alla Corte dei conti e alla Guardia di finanza quantomeno l’aspetto finanziario della materia .

NUOVA LEGGE. Infatti, nella relazione 2015 sulla ricostruzione privata, i giudici contabili scrivono che con tale legge «c’è stato un punto di svolta in termini di chiarezza, garanzie e responsabilità»: i presidenti di aggregato diventano incaricati di pubblico servizio e la Corte dei conti «effettua verifiche a campione, anche tramite la Guardia di finanza, sulla regolarità amministrativa e contabile dei pagamenti effettuati e sulla tracciabilità dei flussi finanziari ad essi collegati». Da ora in poi tentare di lucrare sui fondi pubblici sarà più difficile. Ma, forse, la porta è stata chiusa quando un bel po’ di buoi (contributi non dovuti) erano già scappati.

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