Ricostruzione? Sì quella dei patrimoni com’erano e dov’erano

Nel centro storico la qualità architettonica non migliorerà Ma stavolta la politica va assolta, a volerlo sono i cittadini
L’AQUILA. Nel novembre 2015 la sezione aquilana di Italia Nostra ha diffuso un dossier sulla ricostruzione del centro storico della città ponendo una domanda ai cittadini e alle istituzioni che li rappresentano: «Alla fine della ricostruzione L’Aquila come sarà dal punto di vista della qualità urbana?». Nessuno – in sei mesi – ha dato una risposta seria a questo quesito. Gli amministratori continuano a dire che sarà una città più bella (e vorrei vedere con i palazzi restaurati a colpi di decine di milioni di euro ognuno) ma l’impressione è che sarà sostanzialmente la stessa città ante 2009, con poche o nessuna innovazione urbanistica, con le brutture anni Sessanta del Novecento che resteranno tali, e con un rifiuto quasi totale per architetture contemporanee (forse l’unica novità – a lungo contestata – resterà l’Auditorium di Renzo Piano). Italia Nostra in un passaggio del dossier scriveva: «Noi, da sempre sostenitori intransigenti della necessità di ricostruire “com’era e dov’era” siamo i primi a dissentire quando l’oggetto di questa attenzione è il patrimonio edilizio interno al centro costruito soprattutto negli anni ’60 del secolo scorso, con le sue brutture e con le sue pesanti volumetrie malamente dissimulate, come attualmente sta avvenendo. Ci si pensi un attimo a mente fredda: via Sallustio sarà com’era prima del terremoto? Brutta ed inguardabile nella qualità architettonica dei suoi edifici? Se questo intero settore di città verrà ricostruito come prima non avrà nemmeno senso parlare di una città più bella. Si parlerà, come si chiede retoricamente l’intitolazione di questa nostra iniziativa, solo di un’occasione mancata». In realtà più che di occasione mancata bisognerebbe parlare di una scelta precisa che l’amministrazione ha fatto sin dall’inizio. La “guerra” fra Comune e Commissario (allora Gianni Chiodi) sui piani di ricostruzione (previsti dalla legge) non era solo frutto di una banale contrapposizione politica, ma traeva origine dalla convinzione che la città poteva essere rifatta senza imposizioni dall’esterno. Il timore fu che i Piani potessero essere il grimaldello per una enorme speculazione edilizia in cui la parte del leone l’avrebbero fatta le multinazionali delle costruzioni. Lo strumento per ricostruire – si disse – c’era, ed era il piano regolatore del 1975 che la stessa amministrazione comunale – che lo ha posto a base della rinascita materiale del capoluogo – oggi vuole cambiare (chi ha voglia vada a leggersi i documenti prodotti finora per il nuovo Prg e poi in 10 righe spieghi agli aquilani dove si vuole andare a parare, forse nemmeno il buon assessore Pietro Di Stefano, l’unico che sa tutto sulla ricostruzione dell’Aquila, sarebbe capace). La scelta del com’era e dov’era con una bella “ripulitina” alle facciate dei palazzi privati (quelli pubblici sono in dolce attesa di interventi) è stata quindi una scelta politica precisa e chiara sin dal dicembre del 2011 quando il Comune tirò fuori un documento (che si può consultare sul suo sito internet) dal titolo: il piano di ricostruzione dei centri storici dell’Aquila e frazioni. Ma come? Allora il piano c’era! No non c’era perché i veri piani di ricostruzione (realizzati di intesa con la Provincia) sono vincolanti dal punto di vista urbanistico mentre quello dell’Aquila era solo un atto finalizzato a rispettare la legge (che lo prevedeva) ma di fatto una scatola vuota. Solo due frazioni, Onna e Tempera, hanno avuto un Pdr vincolante e pare che le stesse popolazioni che avevano contribuito a formarlo oggi lo stanno quasi sconfessando. Dunque, se L’Aquila sarà “solo” bella (come una vecchietta che si fa togliere le rughe e si rifà le labbra) ma non “rinnovata” lo si deve a una direttiva che prima di essere del sindaco o dell’assessore è maturata fra gli aquilani che non hanno pensato alla città del futuro ma solo a come rimpinguare – prima possibile – il proprio patrimonio (chissà quanti – se pur non lo diranno mai pubblicamente – hanno acceso un cero a san terremoto). Però dentro quel “finto” piano di ricostruzione qualche mezza idea pure c’era. Niente che passerà alla storia. Diciamo una “ramazzata” un po’ qua e un po’ là. Lo vedremo nella prossima puntata.
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