Rimborso per l’epatite presa in ospedale

Il contagio durante l’emodialisi, il notaio Braneschi morì due anni fa. Alla famiglia spettano duecentomila euro
AVEZZANO. Duecentomila euro di risarcimento alla famiglia di Antonio Braneschi, ex presidente dell’Associazione dei notai di Avezzano, morto nel 2013, a 59 anni.
Il giudice del Tribunale di Avezzano, Francesco Lupia, ha accolto l’istanza di richiesta di risarcimento, formalizzata dagli avvocati Berardino e Callisto Terra.
I due avvocati, nominati dalla famiglia, per la morte dello stimato professionista hanno citato in giudizio l’Aurelia Hospital di Roma, dove Braneschi ha contratto l’epatite C.
I fatti risalgono al 1999. Braneschi, molto conosciuto in tutta la Marsica, all’epoca aveva 46 anni e viveva nella frazione di San Pelino insieme a sua moglie e ai suoi tre figli. A causa di un’insufficienza cronica renale, il professionista avezzanese si dovette sottoporre a trattamenti emodialitici per cui fu ricoverato nella clinica romana. Dopo alcuni mesi, il paziente venne trasferito alla clinica Ini di Canistro dove, a seguito di controlli occasionali del sangue, i sanitari accertarono che era stato contagiato dal virus dell’epatite C.
«A causa di questo contagio», si legge nelle carte poi depositate in Procura dagli avvocati Terra, «il paziente sviluppava nel corso degli anni una grave forma di epatopatia cronica tanto da essere poi escluso dalle liste di trapianto di rene dell’ospedale di Avezzano».
A causa della grave insufficienza cronica renale, per cui Braneschi non aveva potuto curarsi a causa dell’infezione contratta nell’ospedale romano, il 13 marzo del 2013, Braneschi è morto. Da qui la battaglia legale della famiglia che ha raccolto diverse perizie per chiedere giustizia.
Nel lungo processo civile, davanti al tribunale di Avezzano, i legali hanno dimostrato la responsabilità colposa dei sanitari dell’ospedale romano, «per il contagio causato al paziente per il probabile non corretto utilizzo dei macchinari per l’emodialisi che dovevano essere con perizia sterilizzati dopo ogni ciclo».
Il giudice Lupia ha predisposto il pagamento alla famiglia di 200mila euro, a titolo di risarcimento di tutti i danni subiti dal paziente contagiato.
«La somma», concludono i legali Terra, «è per risarcire la famiglia che ha subìto la perdita del proprio caro, al quale sono state tolte delle chance di guarigione, considerato che non ha potuto iscriversi nelle liste per un trapianto renale, che gli avrebbe garantito notevoli possibilità di guarigione».
Magda Tirabassi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

