Rischi nei call center, c’è preoccupazione Politici e sindacalisti scrivono al governo

Cresce l’allarme per i lavoratori dei call center cittadini. Si tratta di 500 persone a Comdata, 210 di Distribuzione Italia e i 116 di Tecnocall. Chiedono misure urgenti al governo e alla aziende i...
Cresce l’allarme per i lavoratori dei call center cittadini. Si tratta di 500 persone a Comdata, 210 di Distribuzione Italia e i 116 di Tecnocall. Chiedono misure urgenti al governo e alla aziende i parlamentari Stefania Pezzopane e Luigi D’Eramo (nella foto), Gianni Padovani, della direzione nazionale del Psi, e i sindacati. «In questo momento di grave crisi per il Paese», dice Pezzopane, «faccio un appello al governo affinché le norme per garantire la sicurezza dei lavoratori siano rispettate in tutti i luoghi di lavoro. Purtroppo mi sono arrivate numerose segnalazioni per quanto riguarda la difficile situazione dei lavoratori dei call center, preoccupati di contrarre il coronavirus durante il lavoro. In particolare mi segnalano l’assenza di diradamento delle postazioni e la poca alternanza all’interno delle aree di lavoro. Esorto il governo a favorire per questa categoria di lavoratori tutte le iniziative possibile per incrementare al massimo lo smart working e il telelavoro, effettuare la disinfestazione e la pulizia dei locali a ogni cambio turno e garantire la distanza di almeno un metro per ogni operatore». «L’emergenza», dice D’Eramo, «va affrontata sotto due punti di vista. In primis quello della sicurezza: non è accettabile, anche alla luce dell’ultimo decreto del presidente del Consiglio, che i lavoratori siano costretti, oggi, a recarsi al proprio posto di lavoro senza che siano state prese le necessarie precauzioni contro il contagio da coronavirus. Si tratta di ambienti che amplificano il rischio di epidemia se non vengono configurati. Il secondo aspetto, altrettanto grave, riguarda l’indecoroso comportamento delle aziende che oggi, in questo quadro di crisi e incertezza, lasciano a casa i lavoratori, licenziandoli. La Lega si batterà per evitare questo atto di macelleria sociale». «Le mascherine», afferma Padovani, «non sono state fornite e i guanti tardano ad arrivare in sede. Le distanze di sicurezza di un metro tra un operatore e l’altro sono state imposte solo dopo che i lavoratori hanno iniziato a lamentare un malessere psicologico crescente, un senso di pericolo dovendo condividere con altre 100 persone una stanza nella quale lavorare». «I rischi di contagio nei call center», spiega il coordinatore della Cisal, Venanzio Cretarola, «sono assai maggiori rispetto a ogni altro luogo di lavoro». (r.s.)

