«Rispettate noi ciclisti e andate più piano»

3 Settembre 2021

Su Facebook l’oscuro presagio in un post sulla sicurezza stradale. La passione per il rugby e la montagna

L’AQUILA. La passione per il rugby, la bicicletta e la vita all’aria aperta. Le amicizie, la montagna. L’amore. Era in procinto di sposarsi. Una famiglia di sportivi, la sua, a partire dal padre Peppe – che fu anche istruttore di nuoto per tante generazioni di aquilani – passando per le sorelle Michela, campionessa europea e italiana di pattinaggio (ancora in attività col centro polisportivo giovanile aquilano) e Stefania, atleta e allenatrice di rugby femminile. Lo stesso Mauro aveva giocato a rugby vestendo diverse maglie, dal Cus all’Aquila alla Gran Sasso.
Nel profilo social del giovane militare scomparso ieri si legge anche un post che rappresenta un oscuro presagio. Il 29 marzo del 2019, a corredo di una fotografia che lo ritrae sui pedali durante una sgambata in montagna, Mannucci tocca il tasto dolente della sicurezza stradale.
«Vorrei che ognuno di voi», scrive, «condividesse questo post sulla propria bacheca per sensibilizzare le persone alla sicurezza sulle strade. #rispettateiciclisti. Meritiamo più rispetto, rischiamo ogni giorno la pelle per la nostra passione. C'è chi si allena in una campo sportivo, chi in una palestra o ancora in una pista d’atletica, c’è chi scia in mezzo alla natura, chi nuota in una piscina, ognuno di questi liberi di godersi il proprio momento con la leggerezza che merita la passione per lo sport. Un ciclista deve condividere il proprio luogo di allenamento con le automobili, anzi siamo spesso ospiti indesiderati, e credeteci questo non ci rende affatto felici. Convivenza difficile quella tra una bicicletta e delle auto che sfrecciano a forte velocità. Ogni uscita è accompagnata da colpi di clacson e in alcuni casi da insulti e imprecazioni, quando va bene. Non ho mai capito perché un mezzo meccanico che non inquina e fa bene alla salute viene considerato un appestato della strada».
«Mi sono detto», prosegue il giovane, «eppure siamo l’anello debole di questo Far West, rischiamo la pelle ogni giorno, a una macchina se va male si graffia una fiancata, chi pedala invece se va bene se la cava con qualche osso rotto. Ma poi ho pensato che forse un po’ ci invidiano, invidiano quel senso di leggerezza e libertà che solo una bicicletta sa darti, invidiano il nostro sorriso e la nostra felicità. Ed è lì che ho capito», conclude, «che forse se ci fossero meno macchine e più bicicletta vivremo tutti la vita con più serenità e leggerezza».(e.n.)
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