Rivolta per L’Aquila capoluogo Vespa-Tiboni, botta e risposta

Il giornalista riapre la questione post-sisma sul tentato trasferimento a Pescara della Corte d’Appello La presidente dell’associazione Flaiano: ma che sciacallaggio, si cercò di non paralizzare la giustizia
L’AQUILA. Gli interventi dei sindaci dell’Aquila e di Pescara, Pierluigi Biondi e Carlo Masci sui moti del 1971 per il capoluogo, e la ricostruzione che di quelle giornate ha fatto il giornalista del Centro Giustino Parisse, hanno fornito l’occasione per aprire un dibattito su quegli eventi e sull’Abruzzo 50 anni dopo. Ma i toni distensivi dei due sindaci hanno lasciato il posto a qualche nuova polemica, riaccesa da due interventi: quello del giornalista aquilano Bruno Vespa e l’altro dell’avvocato pescarese Carla Tiboni, presidente dell’Associazione Ennio Flaiano. Per Bruno Vespa «vedersi scippare l’idea di non essere più il capoluogo era un tributo pesantissimo e tutto sommato l’accordo non è stato poi tanto gratificante, visto che L’Aquila è rimasta capoluogo, ma di fatto soltanto per la sede del Consiglio regionale e per 3 assessorati su 10». Vespa, allora giovane cronista Rai, fu inviato all’Aquila per seguire la sommossa. «Allora come oggi, dopo 50 anni», aggiunge, «questo non giustifica assolutamente la rivolta e non giustifica le violenze alle sedi del Partito comunista e della Democrazia cristiana, né la devastazione delle case di alcuni dirigenti Dc. Al tempo stesso non giustifica la repressione pesantissima della Celere quando venne in prima persona il capo della polizia Angelo Vicari per stroncare la rivolta degli aquilani, cosa che non aveva nulla a che vedere con quello che era successo a Reggio Calabria. Il sindaco Biondi dice che il sisma del 2009 ha in qualche modo sanato le ferite: questo è vero in parte. C’è stata una grande solidarietà ma non posso dimenticare che a un certo punto, solo per un caso fortuito fu evitato che qualche città, non dico quale, scippasse la sede della Corte d’Appello, perché appunto il palazzo di giustizia dell’Aquila era ridotto com’era. Oggi parlare di campanilismo diventa imbarazzante. Perché basta guardare il mondo e vedere quant’è piccola l’Italia e quanto è piccolo l’Abruzzo per capire che il campanilismo non serve in un mondo globalizzato in cui dovremmo stringerci l’un l’altro. L’Abruzzo», conclude Vespa, «è una regione di gente che ama lavorare, per cui ha un grande futuro. E il 1971 è un anno da dimenticare».
E proprio la questione della Corte d’Appello (ovvio il riferimento a Pescara) ha “stuzzicato” la reazione della Tiboni: «In questi giorni», dice, «dopo 50 anni è stato inevitabile parlare delle sommosse del 1971. Si è parlato tanto dell’Aquila e del proprio ruolo di capoluogo della regione, ma si è parlato troppo poco della Regione Abruzzo, condizionata negli anni dal ruolo predominante di altri. La storia più recente ci racconta che soltanto per l’impegno di Spataro prima e Gaspari poi, l’autostrada L’Aquila-Roma non rimase tale, ma si estese a tutto l’Abruzzo, creando collegamenti veloci con la capitale. Pescara ha avuto a buon diritto la sede degli assessorati, perché lo sviluppo costiero era in grossa crescita sia per popolazione che per insediamenti industriali. Le parole distensive del sindaco dell’Aquila, che ha riconosciuto l’ineludibile e cioè la mobilitazione e la solidarietà di tutto l’Abruzzo di fronte alla tragedia del terremoto, non sono certo confortate da quella che sembrerebbe una sibillina insinuazione, come ha dichiarato in queste ore Vespa. Nessuno in un momento cosi difficile ha cercato di scippare la Corte d’Appello all’Aquila. Le cose sono andate diversamente, come racconta la storia. Di fronte all’impossibilità di lavorare a causa del crollo degli uffici giudiziari aquilani, Pescara si offrì di ospitare la Corte d’Appello, anche in virtù di un palazzo di giustizia il cui progetto prevedeva l’istituzione della sezione distaccata. Perché non è così grave che ci sia una sezione distaccata della Corte d’Appello, se ciò può razionalizzare l’organizzazione della giustizia e di coloro che vi lavorano. Non vi fu quello che potrebbe sembrare sciacallaggio, ma solo un tentativo di non paralizzare la macchina della giustizia».

