Rugby, De Masi lascia la presidenza: «Mi vogliono fuori»

L’AQUILA. Dopo 25 anni ha deciso di lasciare il rugby. Quello dietro la scrivania – ma è un modo di dire, perché in realtà lui dietro una scrivania non ha mai resistito, neppure a quella del suo...
L’AQUILA. Dopo 25 anni ha deciso di lasciare il rugby. Quello dietro la scrivania – ma è un modo di dire, perché in realtà lui dietro una scrivania non ha mai resistito, neppure a quella del suo studio di architettura – dopo una carriera da dirigente, dell’Aquila Rugby e anche della Federugby.
Vincenzo De Masi, a 74 anni, lascia la presidenza della Polisportiva L’Aquila, la società storica, quella che ha vinto i primi scudetti; quella che in Italia era considerata tra le squadre più forti e “toste”. Con lui i colori neroverdi hanno conosciuto anche l’Europa, con la Heineken Cup. Il tricolore del 1994, contro la corazzata Milan di Berlusconi, l’ha vissuto da tifoso, con Ettore Pietrosanti presidente. Poi, sparito lo sponsor, ha preso lui in mano le redini, dal 1996.
Ma l’addio di De Masi – come manager, non certo come tifoso passionale – non è indolore. È un addio amaro, in conflitto con quella che appena un anno fa è nata come Unione, formata da quattro sodalizi aquilani, dopo il fallimento della Rc, per mantenere in Serie A la palla ovale.
Va via sbattendo la porta?
«No, però sono abbattuto, arrabbiato. Ma anche contento, di non essere più un alibi per chi dice, finora solo a chiacchiere, di voler entrare a fare rugby, di voler mettere soldi, ma non entra perché ci sono io. Hanno voluto indicare nel sottoscritto il male del rugby all’Aquila».
Sono bastate le chiacchiere di una città che festeggia i liguacciuti a farla decidere?
«Devo dire che in altri tempi avrei venduto cara la pelle. Ma è diventato un ambiente squallido, che non credo meriti ancora i miei sacrifici, il mio tempo rubato alla famiglia, la mia salute. I miei soldi, personali. Mi sono arrivati pure 3.000 euro da pagare dal curatore fallimentare della 1936, società dalla quale sono andato via, per fare spazio a chi doveva fare grande il rugby all’Aquila – e poi è finita come tutti sappiamo –, senza mai avere avuto di fatto la quota assegnata. Con la Polisportiva abbiamo tirato fuori fior di giocatori, che ora sono in giro per l’Italia, e con i quali abbiamo permesso, due anni fa, di non far sparire i colori neroverdi dal rugby nazionale. Se da 12 anni di seguito la Polisportiva, unico club, partecipa al campionato Under 18 Elite, qualcosa vorrà pur dire. Hanno insabbiato un progetto da 5 milioni di euro a fondo perduto, da me trovati, per lo Stadio d’Italia all’Aquila».
Perché qualcuno le vuole così male?
«Credo si viva in un mondo, soprattutto all’Aquila, dove si stenta a credere che si possa fare qualcosa per pura passione, per la comunità. Deve esserci sempre un tornaconto. Qualcuno dovrebbe spiegarmi qual è il mio tornaconto. Ho le mie idee politiche? Credo c’entri poco, altrimenti non sarei stato in società con Angelo Cora, che è una persona dichiaratamente schierata in modo diverso da me. Chi pensa che nel rugby ci possano essere fazioni politiche, vuol dire che è un ominicchio, per dirla alla Leonardo Sciascia».
Cosa è successo per farle abbandonare la Polisportiva e, di conseguenza, l’Unione?
«Qualcuno dell’Ur mi ha fatto arrivare la voce – senza avere il coraggio di parlarmi – che dovevamo andare via, io e un altro dirigente. Altrimenti alcuni imprenditori non sarebbero entrati nell’Unione. Ma la decisione di lasciare me l’hanno fatta prendere mio figlio e mia moglie».
Chi dovrebbe entrare?
«Alla Polisportiva il presidente per ora sarà il mito Paolo Mariani, ma per poco, perché ha problemi di famiglia. Di imprenditori nell’Ur non ho sentito nomi. Ma il problema è costituire un gruppo solido, che favorisca anche l’arrivo dei giocatori».
Seguirà sempre L’Aquila?
«Certo, allo stadio. Comprerò una tessera da supertifoso».
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