Sabatino Ciuffini, poeta da riscoprire

Nato a Coppito , vissuto a Roma, è considerato dai critici fra le migliori espressioni della letteratura del Novecento
«Sabatino Ciuffini è uno dei maggiori poeti italiani viventi, anche se la sua ritrosia e la sua modestia non hanno contribuito a farlo conoscere al di fuori di una stretta cerchia di amici e ammiratori». Così scriveva nel 1992 Mario Alinei, glottologo di fama internazionale, presentando i versi di questo poeta aquilano, illustre ma sconosciuto, che merita un posto di tutto rilievo nella letteratura italiana del Novecento.
Ciuffini si è spento da pochi anni, lasciandoci due raccolte di poesie di «tragica forza e originale bellezza».
Nato all’Aquila, nella frazione di Coppito, nel 1920, dopo la Maturità classica si era trasferito a Roma per iscriversi alla Facoltà di Lettere. Qui ha vissuto la grande stagione del cinema e della poesia neorealista. Incoraggiato alla scrittura da Flaiano, Lattuada, Zavattini, entrò nel circolo dei giovani poeti della rivista “La strada” – che ospitava, tra gli altri, testi di Pavese, Pasolini, Fortini - e dove alcune sue liriche vennero pubblicate nel 1947.
«Ero bravo a scrivere poesie ma nella vita me la cavavo male. Mi ero ridotto a fare la fame ma ero ambizioso: volevo fare il cinema». E nel cinema viene introdotto dagli amici Fellini, Lattuada e Rossellini.
Documentarista, assistente alla regia, e poi sceneggiatore, ha firmato dal 1969 al 1980 quasi tutti i copioni di Sergio Corbucci, conquistando “la libertà dal bisogno” prima e infine l’agiatezza.
Il suo amore “assoluto” per la poesia è sempre rimasto vivo e nel 1988 Ciuffini può finalmente vedere pubblicata la raccolta Sfregazzi – Dispositivo poetico d’emergenza, che contiene 66 poesie e 60 prose composte tra il il 1960 e il 1980. Nel 1992 è la volta di “Lettere Romane”, seconda e ultima raccolta, che comprende le poesie del dopoguerra.
L’anno successivo alla Biblioteca provinciale dell’Aquila viene presentata la sua opera dal critico Walter Siti, che gli riservò parole lusinghiere e una valutazione più che positiva. Dopo queste pubblicazioni e presentazioni pubbliche, l’oblìo. Oggi è in via di compimento una sua biografia, frutto del lavoro di due anni di ricerca, raccolta di materiali e interviste, da parte della professoressa Sonia Ciuffetelli.
Altri studi auspicabilmente si compiranno: per chi scrive è già un impegno.
SFREGAZZI. Dispositivo poetico d’emergenza.
Sfregazzi è parola davvero curiosa per un titolo. Il suo primo significato fa riferimento a una tecnica pittorica: l’applicazione di una piccola quantità di colore su un’area già dipinta e asciutta. Ma simbolicamente è il velo di cui la poesia, con la sua bellezza, sa rivestire – e in parte riscattare - una realtà amara e una visione del mondo che in Ciuffini, secondo la definizione dell’amico Alinei, è addirittura “atroce”.
Sfregazzi, però, è soprattutto il nome del pappagallo “tecnopolitano” con cui si identifica il poeta nella “Parabola” che apre il libro, insieme alla massima posta ad epigrafe: “In principio fu la fame”.
E’ la fame che muove il mondo: «La fame è importantissima perché tutto genera, anche l’amore. Credo che quello che ha detto Aristotele sia vero, e cioè che l’uomo è dedito all’allelofagia, al mangiarsi l’un l’altro. Tutta la nostra civiltà è fondata su quel verme nudo e crudo che siamo. Un verme che a furia di mangiare si sta autodistruggendo; il consumismo sfrenato ha creato macchine distruttrici, la vita infame della città e la solitudine».
In questo quadro desolante, la poesia è allora “dispositivo di emergenza”, costruito “come una macchina che non consuma ma produce energia”. Nasce dall’”insonne acido della vita” e deve farsi strada a fatica per trovare “un buco” dove “possa libera abitare”.
E’ graffio e denuncia delle illusioni e delle ipocrisie di una società “i cui capisaldi malamente occultati, sono la frode e la violenza”. Ma è anche il sorriso inaspettato tra desolati panorami metropolitani, Il “morso della primavera”, l’ardua ed effimera possibilità della speranza di un futuro “rosso e dolce, da succhiare / come un’anguria matura”, prima che il buio ripiombi.
* il testo di Annalucia Bonanni, docente e operatrice culturale, è stato pubblicato in versione più ampia su News Town .

