San Gregorio, qui il tempo si ferma

Nella frazione tutto come due anni fa. Nuove casette: isolate e senza bus
L'AQUILA. Panni stesi dal 6 aprile 2009. E vasi di fiori rimasti, chissà come, aggrappati a quei balconi smozzicati. La piazza di San Gregorio è come due anni fa. Montagne di macerie, buchi profondi che se ci parli dentro senti il rimbombo, un pezzo di chiesa che rimane dritto come un obelisco. Tutto riporta a quella notte, nella frazione che ha pianto 9 vittime, e altre 6 all'Aquila ma molto legate al paese. La frazione a Est è la prima tappa della redazione mobile del Centro in viaggio nei Comuni del cratere.
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Oggi la vita è in collina, al paese nuovo. Casette assolate e ben allineate ma tanto lontane dai primi negozi sulla statale 17 che molti anziani rinunciano a uscire. Il vento ha abbattuto un gazebo. Sono le 9,30. Ragazzi in bici arrancano in salita. «Figuriamoci un anziano», commenta Francesco Olivieri che abitava a Sant'Antonio «dove adesso, per ogni appartamento, dobbiamo tirare fuori 50mila euro perché i contributi non bastano. Anzi perché non ci danno un alloggio Case costato 3mila euro al metro quadro mentre, per le nostre, di case, i soldi sono la metà? Qui stiamo bene ma mancano gli autobus».
Pensano alla ricostruzione del paese «vecchio» Chiara Petrocco, Patrizio Morelli e Giulia Paiola della Onlus «San Gregorio rinasce». Sta per arrivare il poliambulatorio di prima emergenza ma il dramma è la ricostruzione che non c'è. «Nessuno ha detto che San Gregorio si può rifare qui o da un'altra parte», dicono i residenti. «La microzonazione ha dato risposte terribili. Siamo sulla faglia: difficile rifare dov'era prima. Si sono avvicinate tante università per i piani di ricostruzione, ma in quest'incertezza è tutto bloccato. Sembra che ci sia la volontà di non far muovere niente. Come facciamo a fare un piano se poi ti dicono che tra due o tre mesi non puoi ricostruire in quel posto? I piani non possiamo farli noi come frazione. Per i Map, che qui non erano previsti, siamo andati per la nostra strada e abbiamo vinto. Ora che facciamo? Avevamo pensato a un bando internazionale, ma ci stiamo battendo per far riaprire due strade e non ce la facciamo, figuriamoci se ci stanno a sentire».
Con le strade chiuse, per andare in chiesa i fedeli passano lungo la statale. Come fa ogni giorno una donna di 80 anni che va a trovare il figlio al cimitero. «Noi», riprende Chiara, «rivogliamo il paese vecchio». Per rifare il campo sportivo i soldi sono stati trovati ma i lavori non sono partiti. Per entrare in zona rossa basta spostare una transenna in via della Murata «dove passa la faglia».
«Signore da chi andremo?» è la catechesi di padre Alberto, ma sembra l'appello di questa gente senza paese. In piazza è tutto come allora. Le macerie della chiesa si mischiano a quelle delle case. Hanno rubato anche i marmi. «Da qui sotto», aggiunge Giulia, «i ragazzi hanno tirato fuori tanta gente e molti si sono salvati».
Ma c'è anche chi non ce l'ha fatta. L'unico segno di vita nella piazza un prunus che ancora non sboccia. Su una grondaia spaccata una macchia di sangue. Attraversata la statale c'è il mulino crollato. La superstite Monica Pezzopane, che ha perso i genitori, è rimasta tre ore sotto le macerie. Vive anche lei nei Map dove alle 12 passa il furgoncino della frutta.
Da una casetta esce Dora Marrelli, nota per le battaglie condotte quando abitava a Santa Barbara. «Qui servono bus e mercati rionali». Problemi diversi per i residenti nelle case comunali: 110 famiglie. Molti sono rientrati in edifici fatiscenti. «Siamo discriminati», dicono Rossano Tiriticco e Franco Marulli che parla a nome del comitato a difesa del cittadino. «Ci hanno escluso dai Map. Alle case comunali ci sono enormi problemi. Si va dalle fogne inadeguate alle agibilità. C'è un intero edificio da abbattere abbandonato e pericoloso per i bambini che ci vanno a giocare dentro. C'è chi dice che il Comune non fa niente perché aspetta di portarci al progetto Case. Noi non ci stiamo. Vogliamo risposte».
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Oggi la vita è in collina, al paese nuovo. Casette assolate e ben allineate ma tanto lontane dai primi negozi sulla statale 17 che molti anziani rinunciano a uscire. Il vento ha abbattuto un gazebo. Sono le 9,30. Ragazzi in bici arrancano in salita. «Figuriamoci un anziano», commenta Francesco Olivieri che abitava a Sant'Antonio «dove adesso, per ogni appartamento, dobbiamo tirare fuori 50mila euro perché i contributi non bastano. Anzi perché non ci danno un alloggio Case costato 3mila euro al metro quadro mentre, per le nostre, di case, i soldi sono la metà? Qui stiamo bene ma mancano gli autobus».
Pensano alla ricostruzione del paese «vecchio» Chiara Petrocco, Patrizio Morelli e Giulia Paiola della Onlus «San Gregorio rinasce». Sta per arrivare il poliambulatorio di prima emergenza ma il dramma è la ricostruzione che non c'è. «Nessuno ha detto che San Gregorio si può rifare qui o da un'altra parte», dicono i residenti. «La microzonazione ha dato risposte terribili. Siamo sulla faglia: difficile rifare dov'era prima. Si sono avvicinate tante università per i piani di ricostruzione, ma in quest'incertezza è tutto bloccato. Sembra che ci sia la volontà di non far muovere niente. Come facciamo a fare un piano se poi ti dicono che tra due o tre mesi non puoi ricostruire in quel posto? I piani non possiamo farli noi come frazione. Per i Map, che qui non erano previsti, siamo andati per la nostra strada e abbiamo vinto. Ora che facciamo? Avevamo pensato a un bando internazionale, ma ci stiamo battendo per far riaprire due strade e non ce la facciamo, figuriamoci se ci stanno a sentire».
Con le strade chiuse, per andare in chiesa i fedeli passano lungo la statale. Come fa ogni giorno una donna di 80 anni che va a trovare il figlio al cimitero. «Noi», riprende Chiara, «rivogliamo il paese vecchio». Per rifare il campo sportivo i soldi sono stati trovati ma i lavori non sono partiti. Per entrare in zona rossa basta spostare una transenna in via della Murata «dove passa la faglia».
«Signore da chi andremo?» è la catechesi di padre Alberto, ma sembra l'appello di questa gente senza paese. In piazza è tutto come allora. Le macerie della chiesa si mischiano a quelle delle case. Hanno rubato anche i marmi. «Da qui sotto», aggiunge Giulia, «i ragazzi hanno tirato fuori tanta gente e molti si sono salvati».
Ma c'è anche chi non ce l'ha fatta. L'unico segno di vita nella piazza un prunus che ancora non sboccia. Su una grondaia spaccata una macchia di sangue. Attraversata la statale c'è il mulino crollato. La superstite Monica Pezzopane, che ha perso i genitori, è rimasta tre ore sotto le macerie. Vive anche lei nei Map dove alle 12 passa il furgoncino della frutta.
Da una casetta esce Dora Marrelli, nota per le battaglie condotte quando abitava a Santa Barbara. «Qui servono bus e mercati rionali». Problemi diversi per i residenti nelle case comunali: 110 famiglie. Molti sono rientrati in edifici fatiscenti. «Siamo discriminati», dicono Rossano Tiriticco e Franco Marulli che parla a nome del comitato a difesa del cittadino. «Ci hanno escluso dai Map. Alle case comunali ci sono enormi problemi. Si va dalle fogne inadeguate alle agibilità. C'è un intero edificio da abbattere abbandonato e pericoloso per i bambini che ci vanno a giocare dentro. C'è chi dice che il Comune non fa niente perché aspetta di portarci al progetto Case. Noi non ci stiamo. Vogliamo risposte».
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