Sanatoria per sbloccare la ricostruzione

Emendamento per i 23 Comuni abruzzesi del sisma 2016, così si potranno regolarizzare ampliamenti fatti senza permessi
L’AQUILA. Si chiama 39-ter e secondo gli amministratori locali può essere il grimaldello per scardinare il blocco della ricostruzione. L’articolo 39-ter, infilato nel Decreto Genova (in via di conversione, calendarizzata da domani al Senato) contiene un “condonino” in salsa abruzzese che permetterà di regolarizzare difformità e abusi edilizi negli immobili i cui proprietari chiederanno l’ammissione al contributo per la ricostruzione dopo il sisma 2016 in Centro Italia.
C’È ANCHE L’ABRUZZO. La misura riguarda sei comuni aquilani (Barete, Cagnano Amiterno, Campotosto, Capitignano, Montereale e Pizzoli); sedici del Teramano (Campli, Castel Castagna, Castelli, Civitella del Tronto, Colledara, Cortino, Crognaleto, Fano Adriano, Isola del Gran Sasso, Montorio al Vomano, Pietracamela, Rocca Santa Maria, Teramo, Torricella Sicura, Tossicia, Valle Castellana); e uno pescarese (Farindola).
COME FUNZIONA. La sanatoria scatta soltanto nei casi in cui l’abuso edilizio realizzato sia conforme, cioè compatibile con le norme urbanistiche in vigore al momento del progetto. Il che escluderebbe, a meno di ulteriori modifiche dell’emendamento “salva-Abruzzo” (presentato da due deputati marchigiani, uno leghista e uno grillino) la sanatoria di edifici completamente abusivi. C’è una tolleranza del 5% in più di cubatura o superficie dell’immobile effettivamente realizzato rispetto al progetto: chi sta entro questo margine non deve sanare nulla. E un limite del 20% di cubatura aggiuntiva, cui si somma il 5% per arrivare, così, al 25% del totale. Sanzioni da 516 a 5.164 euro.
DOMANDA E SANATORIA. Il decreto prevede un’altra deroga al Testo unico dell’edilizia (Dpr 380/2001) per le costruzioni in zona sismica. In condizioni normali occorre presentare domanda di sanatoria al Comune e progetto per l’adeguamento strutturale al Genio civile. Ora, grazie all’emendamento, l’immobile (difforme) per il quale si richiede il contributo di riparazione può essere sanato lo stesso anche senza l’adeguamento sismico.
«NON CHIAMATELO CONDONO». Il sindaco di Pizzoli Giovannino Anastasio respinge la definizione di «condono». «L’immobile, dal punto di vista urbanistico, dev’essere comunque conforme alle norme. È un modo per sbloccare pratiche ferme, perché gravate da piccoli abusi come una finestra spostata, un balcone in più, una grondaia più lunga. Fesserie. La conformità urbanistica vuol dire che se l’opera ritenuta abusiva non esistesse, volendola realizzare, il Comune la approverebbe in quanto consentito dalle norme. Chi ha voluto costruire abusivamente, ma se avesse chiesto il permesso gli sarebbe stato accordato, ora può sanare. Quasi il 50% delle pratiche è bloccato per questo inghippo dei piccoli abusi. Il 20% in più su un immobile, infatti, equivale a una stanza, una veranda, un bagno in più, una finestra spostata oppure una porta chiusa. Incasseremo dei soldi? Le sanzioni amministrative erano già codificate. Ora il cittadino è “costretto” a sanare se vuole i soldi per riparare la casa. E la domanda è contestuale alla sanatoria. Da questa misura», afferma ancora Anastasio, «mi aspetto che si sblocchi davvero qualcosa in un meccanismo che non funziona bene, perché l’ente non è in grado di sanare le difformità degli immobili. Qui non parliamo di abusi clamorosi, quanto piuttosto di difformità irrilevanti, che, con una variante in corso d’opera, sarebbero stati superati. E invece ora tale difformità impedisce il rilascio del contributo. Il decreto va convertito: spero che passi così com’è, altrimenti non si muove nulla».
LA MARCIA SU TERAMO. Neppure il decreto in via di approvazione basta ad allontanare le preoccupazioni dei sindaci. Da Montereale, Massimiliano Giorgi si dice d’accordo con la nuova norma, ma mette in guardia sulla «burocrazia nemica». «Non si può pensare di bloccare la ricostruzione per piccole difformità», concorda il sindaco. «Le case totalmente abusive resteranno tali, ma un provvedimento del genere era opportuno. Lo abbiamo suggerito noi sindaci, visto che una grossa fetta di abitazioni non riusciva ad andare avanti. Il governo ha fatto bene, ma il problema resta a carattere regionale col funzionamento dell’Usr di Teramo. Lo abbiamo esplicitato anche al presidente vicario della Regione Giovanni Lolli al tavolo istituzionale. L’ufficio di Teramo non funziona e da lì le pratiche non escono. Sono fermi a 20-30 pratiche esaminate su mille e bisogna prendere in fretta una decisione. L’approccio è sbagliato, c’è una netta differenza con gli omologhi uffici di Rieti e Ascoli Piceno. All’Usr di Teramo, delle 29-30 persone impiegate, soltanto cinque si occupano di ricostruzione privata. Assurdo. Ed è impensabile andare avanti così. Se non si prendono decisioni drastiche», ammonisce Giorgi, «il prossimo passo sarà una grossa manifestazione a Teramo. Non si può permettere a qualche burocrate di bloccare la vita di questi nostri paesi. E parliamo di edifici B, con danni non gravi, e di persone che a distanza di due anni dal sisma continuano a usufruire dell’assegno di autonoma sistemazione che costa molto di più rispetto alle poche decine di migliaia di euro che darebbero loro la possibilità di rientrare a casa e rimettere in moto l’economia locale. Il sisma non può diventare una questione da campagna elettorale».
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