Sangue infetto al neonato, paga lo Stato

13 Giugno 2018

Condannato a versare un milione di euro ai familiari della vittima: «Vita segnata dalla malattia e scomparsa a 31 anni»

CAPISTRELLO. Una vita segnata dalla malattia, da quell’epatite C contratta in ospedale quando aveva pochi mesi di vita e che l’ha portato alla morte ad appena 31 anni. Una malattia infettiva provocata da undici trasfusioni di sangue, quando le verifiche sulle sacche erano molto meno stringenti delle attuali. Il ministero della Salute, citato in giudizio per omesso controllo, è stato condannato al pagamento di un milione di euro nei confronti degli eredi (i genitori e un fratello) di A.P.L., giovane di Capistrello scomparso il 17 agosto 2013. La sentenza è stata emessa da Lilia Papoff, giudice unico del tribunale di Roma.
A.P.L., stando alla ricostruzione fatta in aula, era stato ricoverato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma dall’11 agosto 1983 al 22 ottobre 1983. Aveva pochi mesi di vita e venne sottoposto alle trasfusioni di sangue ed emoderivati, a causa delle quali il neonato aveva contratto il virus Hcv. Nel tempo, A.P.L. aveva sviluppato una grave forma di epatite C cronica che ne ha provocato il decesso nell’agosto di cinque anni fa.
Secondo la famiglia di Capistrello, assistita dagli avvocati Berardino Terra e Domenico Martinelli, «la malattia e la morte del loro congiunto è ascrivibile alla condotta illecita del ministero della Salute che non avrebbe usato le cautele necessarie per evitare il contagio». Ragioni che li hanno portati a una richiesta di risarcimento danni, anche non patrimoniali.
Dalla relazione del consulente tecnico nominato dal tribunale è risultato che «il primo riscontro di positività dell’Hcv risale al 2006 e che il contagio è stato verosimilmente causato dalle numerose trasfusioni praticate nel 1983 in occasione di due interventi cardiochirurgici». Il Ctu ha anche confermato che «il decesso è da ricondursi alle conseguenze della patologia Hcv correlata, chiarendo che la cardiopatia congenita del giovane non ha influito nel decesso». Il consulente del tribunale ha accertato, poi, il danno biologico subito nel tempo: 15% dal novembre 2006 al maggio 2008; evoluzione nei successivi due anni pari al 25%; ulteriore peggioramento dal luglio 2010 al giugno 2012 in misura pari al 40%; nuova evoluzione negativa dal luglio 2012 al maggio 2013 del 50%; rapida progressione dell’invalidità in misura pari all’80% dal giugno 2013 al 17 agosto 2013, quando si è verificato il decesso. Per quantificare il danno, inoltre, è stato accertato che «sin dal momento della consapevolezza della malattia, e prima del manifestarsi della vera e propria sofferenza fisica, si producono solitamente ripercussioni a livello psicologico e disagio sociale, anche a causa del timore che ha il soggetto di contagiare a sua volta persone a lui care». ©RIPRODUZIONE RISERVATA