"Sangue infetto negli ospedali di Tagliacozzo e Pescina": risarciti con 800mila euro

Contagiati dall’epatite dopo le trasfusioni: un anziano e gli eredi di una donna avranno i soldi dal ministero della Salute
AVEZZANO. Ministero della salute condannato a pagare con un maxi risarcimento di quasi 800mila euro gli eredi di due pazienti infettati tramite trasfusioni di sangue. Lo ha stabilito la Corte d’Appello dell’Aquila, presieduta dal giudice Augusto Pace, che ha concesso la somma a un uomo e una donna, entrambi marsicani.
Il primo caso riguarda A.D.A., morta nel 2006 all’età di 75 anni, che aveva contratto il virus dell’epatite C in una trasfusione che era stata costretta a fare all’ospedale di Pescina. I fatti risalgono al 1973, quando la donna fu ricoverata nella struttura sanitaria marsicana per un intervento. Il giudice non ha riconosciuto una “presunzione di ignoranza” al ministero, creando perciò un precedente importante per tutti gli altri casi. Ha quindi condannato lo Stato a risarcire la famiglia della donna.
L’altro caso finito in tribunale dopo la denuncia della persona infettata, riguarda un uomo di 86 anni, ancora in vita, che aveva contratto il virus nel 1983 all’ospedale di Tagliacozzo. Anche in questo caso la corte ha stabilito che gli operatori sanitari avrebbero dovuto sapere del rischio di sangue infetto e quindi dovevano tutelare i pazienti.
Il risarcimento è stato di 541mila euro nel primo caso e di 226mila nel secondo, oltre a spese accessorie e legali.
La Corte ha quindi ribaltato la decisione di primo grado. Infatti, il tribunale aveva sostenuto che prima del 1988 non era conosciuto dalla scienza medica il virus della Hcv, e che le trasfusioni a seguito delle quali l’uomo aveva contratto l'epatite erano state effettuate nel 1983. Non c’era quindi omissione da parte del ministero della Sanità.
Secondo la Corte d’Appello, tale affermazione è errata poiché «è stato accertato che già all’epoca delle trasfusioni subite il ministero della Salute aveva l’obbligo del controllo e della vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico. In sostanza, in base alle conoscenze scientifiche dell’epoca, e già dalla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta era ben conosciuto il rischio di trasmissione di epatite virale, poiché la rilevazione (indiretta) dei virus era possibile già mediante la analisi delle transaminasi. Tanto è vero che sin dalla metà degli anni Sessanta erano esclusi dalla possibilità di donare il sangue coloro i cui valori delle transaminasi e delle Gpt erano alterati».
I casi dello stesso tipo sarebbero numerosi e quindi le richieste di risarcimento, alla luce delle due sentenze, potrebbero essere molteplici.
I due marsicani erano difesi dall’avvocato Cristian Carpineta.
Pietro Guida
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