Sangue infetto, risarcimento entro un mese

Il Tar del Lazio intima al ministero di versare 800mila euro agli eredi di una donna morta per un’epatite da trasfusioni
AVEZZANO. Trenta giorni per aprire i cordoni della borsa e risarcire gli eredi di una donna morta nel 2008 a causa di trasfusioni infette risalenti agli anni ’90: il Tar di Roma ha intimato al ministero della salute, finora inadempiente, di pagare la somma, 800 mila euro, stabilita dai giudici della Corte d’Appello della Capitale nel 2019 dopo un lungo contenzioso segnato da numerosi colpi di scena. Evidentemente non finiti visto che gli eredi di V.A., assistiti dall’avvocato Cristian Carpineta, dopo aver atteso invano, sono tornati al Tribunale amministrativo regionale per mettere il ministero alle strette. Missione compiuta, almeno sulla carta: i giudici hanno accolto la richiesta e fissato il pagamento entro 30 giorni, con l’aggiunta degli ulteriori interessi e spese legali. La dolorosa vicenda ebbe origine nei primi anni ’90, quando la donna fu coinvolta in un incidente stradale dove subì pesantissimi danni fisici, con il conseguente ricovero in tre ospedali (L’Aquila, Teramo e Ancona) dove fu sottoposta a molte trasfusioni di sangue.
L’odissea, però, non era finita: nel 2005 scoprì di aver contratto l’epatite C. Tre anni dopo, al termine di un altro calvario, V.A, morì. Nel 2010 i tre figli, assistiti dall’avvocato Carpineta, avviarono il contenzioso per ottenere il risarcimento danni per morte causata da trasfusione infetta. In prima istanza, nell’anno 2014, la causa venne respinta dai giudici del Tribunale di Roma, poiché negli anni ’90 il ministero della Salute aveva delegato il compito delle trasfusioni alle Ausl. Per i giudici le trasfusioni infette scoperte dal consulente di parte, il medico legale, Giuseppe Stornelli, che sarebbero state effettuate all’ospedale di Ancona, erano da addebitare alle strutture ospedaliere.
La sentenza fu impugnata dal legale davanti alla Corte d’Appello. Qui, i giudici, dopo la fase dibattimentale, ribaltarono il giudizio di primo grado del tribunale di Roma, addebitando al di là delle deleghe alle Ausl, la colpa del contagio da trasfusione infetta, con conseguente morte della donna, al ministero: i giudici accolsero la richiesta di risarcimento danni quantificati in 800 mila euro. Somma mai erogata dal ministero. Ora gli eredi e il legale confidano nella sentenza ultimatum del Tar di Roma.
«A margine di un percorso durato ben 10 anni», commenta l’avvocato Carpineta, «credo che, alla luce delle continue vittorie ottenute in molti tribunali d’Italia, il ministero della Salute piuttosto che difendere l’indifendibile dovrebbe cercare di attivare dei seri percorsi stragiudiziali rispetto alle trasfusioni con sangue infetto, emoderivati e alle vaccinazioni obbligatorie. Sul caso specifico, invece, dopo anni di battaglie giudiziarie con l’ultima pronuncia del Tar si può dire che finalmente giustizia è fatta».
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