Santa Croce, cittadina scrive a Mattarella: «Da 11 anni senza casa»

3 Giugno 2020

Dina Pelliccione racconta la sua odissea al capo dello Stato Dal progetto di riqualificazione al cantiere mai avviato

L’AQUILA. Attende da più di undici anni che le venga ricostruita la casa. Abitava in via Santa Croce, un’area che doveva essere la prima a rinascere, ma che, in realtà, rischia di essere l’ultima e per ora non è nemmeno possibile ipotizzare l’avvio dei lavori del suo edificio.
Negli anni le cose si sono complicate e la decisione di “riscoprire” Porta Barete ha di fatto finito per allungare ancora di più tempi. Dina Pelliccione, nel 2015, non sapendo più a chi rivolgersi, pregare o supplicare, aveva scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ora ha deciso di farlo di nuovo e nei prossimi giorni invierà dunque un’altra lettera al Quirinale.
«CARO PRESIDENTE». «La speranza di credere di poter riavere casa mia era già ridotta al lumicino», dice Dina Pelliccione. «Adesso, giugno 2020, si è spenta sotto il vento implacabile di un’indifferenza che soffia da tutte le parti, che ha annientato la fiducia di guardare al futuro, che mi ha insegnato quanto vero sia che non tutti al mondo abbiamo gli stessi diritti e che non tutti sentono la responsabilità di lavorare con la coscienza e con l’umanità che dovrebbero essere imprescindibili in chi nelle sue mansioni è chiamato a occuparsi degli altri, a decidere le loro sorti, a determinare le loro vite, già duramente provate dalla catastrofe di un terremoto devastante. Il tempo passa, e la vita anche. Mi chiedo: sarà davvero così tanto più bella questa città grazie allo stravolgimento di metà quartiere Santa Croce visto che l’altra metà è stata ricostruita in barba alla riqualificazione? Sarà davvero il fiore all’occhiello da esibire a chi entrerà all’Aquila ignaro che tanta magnificenza sarà stata edificata sul dolore, sulle ferite e sulle vite devastate di chi voleva avere il diritto di far tornare a casa i propri figli? Di chi voleva soltanto riavere casa sua, senza magnificenze né grandiosità varie? Di chi credeva di avere gli stessi diritti degli altri, soprattutto di quelli che abitano a dieci metri di distanza?».
LE TAPPE DELLA VICENDA. Nella lettera del 2015 a Mattarella Dina Pelliccione rifaceva, in sintesi, la storia della vicenda: «Quello che non riesco a elaborare, signor Presidente, è il meccanismo del processo di ricostruzione che riguarda la città e il mio quartiere in modo particolare. In prossimità delle mura storiche, dove in altre zone cittadine tutte le case distrutte sono state tranquillamente ricostruite, casa mia e diverse altre abitazioni di via Santa Croce, sono state incluse dal Comune in un progetto di riqualificazione. Un primo progetto unitario, sollecitato dal Comune ed elaborato dai tecnici non è stato preso in considerazione, c’era sempre qualcosa da modificare; fallito l’iter unitario abbiamo chiesto di riedificare seguendo la struttura preesistente al sisma: no, non se ne è potuti uscire neanche così. Il Comune ha proposto la possibilità, per i residenti del quartiere, di acquistare un’abitazione equivalente in altri quartieri, al fine di diradare la densità abitativa e consentire la fruibilità di maggiore spazi. Nel 2014 siamo stati contattati dall’ufficio del Comune preposto alla riqualificazione per prendere visione di un altro progetto: ci era stato assicurato che in tempi brevi avremmo avuto certezza sui dettagli e sui tempi di realizzazione, sui quali però nessuno si è mai pronunciato. Successivamente abbiamo ricevuto una convocazione in cui ci è stata sottoposta una “bozza” di accordo col Comune con la proposta di cedere all'ente pubblico, a titolo gratuito, la nostra particella catastale. In cambio l’unica cosa che abbiamo ottenuto per adesso è il nulla. Signor Presidente vorrei provare a trasmetterLe il dolore e la malinconia di una vita senza tempo, di tristezza e di speranze calpestate ogni giorno, di una forza che riesce sempre più difficile da trovare per sé stessi e da trasmettere ai figli: io rivoglio la casa, signor Presidente, non una reggia o un bene di lusso. La casa è un bisogno fondamentale di ogni essere umano. Rivorrei la casa che avevo, così come l’avevo, perché non voglio niente di più rispetto a quanto possedevo. Dov’è l’Istituzione a cui devo umilmente bussare per sapere quando potrò ricominciare a guardare serenamente gli occhi dei miei figli e garantire loro quella casa che un evento drammatico ci ha brutalmente tolto e che l’inerzia dell’amministrazione comunale ci sta negando, polverizzando ogni speranza?».
L’APPELLO. «Sento forte il diritto e il dovere di rivolgere a Lei, signor Presidente, il mio accorato appello per tornare a credere che esiste giustizia, efficienza, fiducia nelle istituzioni. Non è umano che la macchina amministrativa sia soltanto un ingranaggio che frantuma la coscienza delle persone e ne devasta il tempo».
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