Santilli e Piccone in Cassazione Ricorso per rientrare a Celano

4 Maggio 2021

Per il Riesame, l’ex vicesindaco «ha continuato a ordinare falsificazioni e a gestire gare pubbliche» Ma la difesa chiede di annullare le misure restrittive: «Sproporzionati e ingiusti i divieti di dimora» 

CELANO. Ricorso in Cassazione per chiedere il rientro a Celano del sindaco Settimio Santilli e del suo ex vice Filippo Piccone. A presentarlo è stato l’avvocato Antonio Milo che difende entrambi. I due amministratori, coinvolti nell'inchiesta sugli appalti in Comune sfociata in otto arresti e 51 indagati, sono sottoposti al divieto di dimora. Il sindaco tra l’altro, sebbene sospeso dalla prefettura, è ancora in carica. Secondo il Riesame, che ha revocato gli arresti a entrambi (Piccone in carcere e Santilli ai domiciliari), il divieto di dimora per il sindaco è idoneo «a contenere il rischio di reiterazione di reati della stessa specie perché impone l’allontanamento dell’indagato dal contesto amministrativo e sociale in cui sono maturati tutti i reati contestati». Milo ha presentato ricorso ritenendo «del tutto sproporzionate e ingiuste» le misure.
La difesa contesta sia le ipotesi di reato residuali, quelle confermate dal Riesame, sia la sussistenza delle esigenze cautelari. Per una parte delle accuse, il tribunale dell’Aquila ha stabilito che non doveva essere emessa alcuna misura restrittiva, ma per la maggior parte dei capi ha confermato le contestazioni. Per Piccone è stato escluso dal Riesame il peculato in relazione alla vicenda della consulenza per i lavori di demolizione della scuola Tommaso da Celano. Non emergerebbero indizi idonei a sostenere l’accusa di turbativa della procedura per i lavori dell’edificio. Così come non sussistono, sempre per il Riesame, i gravi indizi di turbativa riguardo alla manutenzione dei campi sportivi. Saltato anche il capo d’accusa di turbativa per la progettazione di una scuola, di un parco e di un parcheggio nelle zone Aia, Don Minozzi e Dietro Castello. Sono invece più solide, secondo il tribunale del Riesame, le imputazioni per tutti gli altri capi d’accusa, tanto che i giudici, nonostante le dimissioni di Piccone, definite «fatto rilevante», ritengono possibile la reiterazione del reato. Piccone, spiega il Riesame, «non si è fermato neanche davanti ai ripetuti accessi della polizia giudiziaria negli uffici comunali e ha continuato a ordinare falsificazioni e a gestire in piena autonomia gare pubbliche. Ha dimostrato di non sapersi allontanare realmente dal sistema di potere che aveva creato e che ruotava attorno a lui. Inoltre ha dimostrato», sempre secondo le motivazioni, «di svolgere il ruolo di dominus dell’amministrazione, pur non essendo sindaco né assessore e ciò perché la sua rete clientelare di contatti e influenze è talmente vasta da consentirgli di dirigere a suo piacimento gli uffici pur non avendone formalmente titolo». Secondo la difesa, su questo punto «non ci sono elementi concreti specifici e i reati contestati risalgono a tre anni fa». Si tratterebbe quindi, secondo la tesi difensiva, di congetture, che non giustificherebbero i provvedimenti cautelari. Per il sindaco, su quattro capi d’accusa il Riesame ha evidenziato che non sono stati messi in luce «elementi concreti da cui desumere il ruolo concorsuale svolto da Santilli». In alcuni casi gli indizi in relazione alla partecipazione del sindaco «non possono qualificarsi in termini di gravità». Sussistono invece gravi indizi per tutti gli altri capi di imputazione. La difesa contesta l’ipotesi secondo cui ci sia il rischio che Piccone e Santilli possano commettere di nuovo gli stessi reati. Motivazione questa che ha portato il tribunale del riesame a disporre il divieto di dimora per entrambi. Secondo la difesa, però, se tutto si basava sulla figura apicale di Piccone, con le sue dimissioni verrebbero meno le esigenze cautelari.
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