Santoro: vi ho nel cuore, qui la mia casa

Messaggio ai sindaci: «Serve unità, non affogare nei localismi». E ai fedeli: «Mi sono sentito sempre parroco tra la gente»
AVEZZANO. È quello sguardo buono di zia Maria a far ricordare al vescovo emerito Pietro Santoro la Marsica e i marsicani. Un’anziana di Villavallelonga sarà per lui simbolo di un comprensorio che per 14 anni l’ha accolto. Dal 15 settembre 2007, giorno dell’arrivo, Santoro è stato «il parroco di una diocesi». Domenica la affiderà al suo successore, monsignor Giovanni Massaro.
È arrivato nella Marsica 14 anni fa dopo una lunga esperienza da sacerdote a San Salvo. Com’è stato questo cambio radicale di vita?
«Devo tornare indietro nella memoria, che non è un bagaglio di cose e di oggetti da dove si tira fuori qualcosa ogni tanto. Il mio servizio di sacerdote è sempre stato un ministero vissuto tra la gente, in mezzo al popolo, mi sono sentito sempre parroco pur avendo avuto tanti altri incarichi. Per cui il passaggio è stato dentro di me vissuto con il desiderio di essere il parroco di una diocesi».
Come si è trovato?
«Mi sono sentito subito a casa e la Marsica è entrata dentro di me come la casa del cuore. Perché non dimentichiamoci che pur nella diversità geografica sono abruzzese e da abruzzese ho quel sub-strato culturale ed esistenziale che ci fa sentire a casa in tutta la regione».
In questi anni la Marsica ha dovuto affrontare molte difficoltà e spesso è apparsa divisa. Qual è il consiglio da dare ai rappresentanti istituzionali del territorio?
«Ho avuto uno splendido rapporto con tutti i sindaci, basato sull’incitamento e sul rispetto. Devo dire che la Marsica ha una straordinaria classe dirigente, a volte però ho l’impressione che noi marsicani non ci vogliamo bene e non ci stimiamo. Abbiamo il complesso di essere una periferia di non si sa che cosa. Il popolo marso ha una caratura culturale di enorme passionalità e questo porta spesso, non sempre, ad assolutizzare posizioni e vedute, con la difficoltà di fare sintesi. Mi auguro che le istituzioni imparino a camminare insieme, comprendendo che nessuno può coltivare il suo orticello in modo indipendente o in contrapposizione all’altro. La Marsica nella misura in cui saprà trovare con le sue istituzioni la capacità di fare sintesi di tutte le esigenze locali, senza affogare nel localismo, avrà una carta da giocare anche in ambito regionale».
Ci lasciamo alle spalle quasi due anni di pandemia, poi la crisi economica e quella del lavoro. Ha mai pensato di gettare la spugna?
«No, perché credo di aver avuto il coraggio di una soggettività che si è dilatata nel noi. Cioè non ho osservato la crisi, non mi sono limitato solo a guardare. Prendiamo il Covid, una diffusa provvisorietà del lavoro, di fragilità, di esercizi commerciali che chiudevano. Ho vissuto il periodo più acuto della pandemia dentro la Caritas. La nostra mensa non ha chiuso e con il fondo San Berardo abbiamo messo a disposizione centinaia di migliaia di euro alle persone in difficoltà per farle ripartire».
I poveri, gli ultimi sono sempre stati la sua priorità. Fino alla casa d’accoglienza Fratelli tutti.
«La casa Fratelli tutti è l’ultimo tassello di una serie di segni: la bottega solidale, la casa per ex detenuti Liberi per liberare, l’emporio solidale e Dono e ridono. Tutti segni che nascono quando la situazione parla, quando i volti parlano. C’è un detto della tradizione chassista, una corrente spirituale dell’ebraismo dell’Est, che dice: quando il rabbino prega tutti pregano con lui, quando il rabbino predica tutti lo ascoltano, quando il rabbino danza tutti ballano con lui, ma quando il rabbino piange piange in solitudine. Ogni persona cristiana o diversamente cristiana deve sapere che nessuno può piangere in solitudine ma deve avere accanto un cristiano».
Questa perdita di valori alla quale assistiamo, soprattutto tra i giovani, come la interpreta?
«Ho sempre camminato con i giovani; la Pastorale giovanile è stata per me l’elemento trainante del mio ministero. Allargando il discorso, credo che oggi il cristianesimo nei confronti dei giovani soffra di una mancanza di profezia. Occorre che le comunità ridiventino una casa attraente per loro dove fare l’esperienza concreta della fraternità. I giovani sono stati per me, in questi anni, il respiro dell’anima».
Un ricordo della Marsica da portare con lei?
«Il popolo marso è un popolo buono. Vorrei identificarlo nel volto di zia Maria, sacrista della parrocchia di Villavallelonga. La prima volta che mi vide mi fece una carezza e mi disse: lei ha la faccia buona. Poi ogni tanto veniva a trovarmi, non so come faceva perché era molto anziana. È morta in ospedale. Aveva negli occhi una tale lucentezza, una tale bontà d’animo che a mio parere è il volto di tutti gli uomini e tutte le donne della Marsica. E io? Se oltre ad avere la faccia buona ho anche fatto cose buone questo sarà il Signore a dirlo».
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