Sara: farò il carabiniere nel ricordo del mio papà

18 Febbraio 2020

Parla la figlia di Emanuele Anzini, il militare falciato a un posto di blocco «Non posso perdonare chi, ubriaco al volante, me l’ha portato via»

SULMONA. La sua vita è cambiata il 17 giugno. Quella maledetta notte d’estate, hanno bussato alla porta di casa i colleghi carabinieri di suo padre per dirle che lui non c’era più. Emanuele Anzini è stato travolto e ucciso a 41 anni a un posto di blocco da un uomo che era alla guida ubriaco. Per onorare la memoria del papà e per impedire che cose del genere continuino ad accadere, Sara – 19 anni – entrerà nell’Arma subito dopo la laurea in Scienze della comunicazione. Il dolore è immenso, struggente, cambia la vita, ma non toglie la voglia di lottare. Perché Sara resta la ragazza affabile e dai modi gentili che ha ripreso proprio dal suo “papi”.
Cosa ricorda di quella notte?
«Non lo auguro a nessuno, erano circa le 4 quando due carabinieri hanno suonato al campanello di casa per dirci che papà era stato ucciso. Da quella notte la mia vita è cambiata, mi hanno portato via un pezzo di cuore. Continuo ad immaginare i due fari della macchina che gli vanno incontro e i suoi bellissimi occhi che guardano per l’ultimo istante questa vita, che in una frazione di secondo si è trasformata in morte. Lui era lì a fare il suo dovere, per proteggere noi da tutto questo. Ma quella maledetta notte non è riuscito a proteggere se stesso. La sua esperienza non è servita a salvarlo da chi, mettendosi al volante ubriaco, non ha minimamente pensato che poteva uccidere, distruggere, cancellare per sempre la vita di un’altra persona».
Cosa le manca di più di suo padre?
«I messaggini che mi mandava e la sua telefonata serale a fine turno. Quella sera la telefonata non è mai arrivata e io avevo il pensiero che qualcosa fosse accaduto, ma mai avrei pensato che lui non ci fosse più».
Che tipo era suo padre?
«Un papà presente, nonostante i chilometri di distanza che ci dividevano, allegro e dalla risata contagiosa. Era una persona che amava il suo lavoro».
Lei cosa vorrebbe fare dopo gli studi?
«Sto frequentando la facoltà telematica in Scienze della comunicazione, poi entrerò nell’Arma. Prima della scomparsa di papà volevo entrare nell’Esercito; dopo quello che è successo non ho più dubbi e voglio essere un carabiniere per onorare la memoria di mio papà».
Nei giorni scorsi c’è stato il processo e lei aveva scritto una lettera per chiedere una pena esemplare. Come giudica i 9 anni di condanna all’imputato che investì suo padre?
«Credo che siano una pena giusta, il giudice è stato attento a valutare ogni cosa. Ora, il mio auspicio è che la pena venga scontata tutta e che, se si dovesse andare in appello, arrivi una pena esemplare. C’è bisogno di leggi che diano giustizia a chi ha perso tanto, tutto, e non leggi per favorire chi non le rispetta. Voglio che mio padre non muoia una seconda volta e che chi ha distrutto la mia vita sconti una pena che sia di esempio per chi, senza rispetto per gli altri e certo di cavarsela con poco, si mette al volante ubriaco. Spero che il mio grido di dolore arrivi e che giustizia sia fatta fino all’ultimo grado di giudizio: per me, per la mia famiglia, per i colleghi, per gli amici, ma soprattutto per il mio papi».
Lei ha assistito al processo?
«Sì, fino alla fine, fino alla lettura della sentenza. È stato struggente, molto pesante. Mi sono trovata faccia a faccia con chi ha ucciso mio padre e le sensazioni sono state tante, ma quella predominante è stata la pena che ho provato».
Un domani sarebbe disposta a perdonare questa persona?
«Ora non posso farlo perché con papà ho perso un pezzo di cuore. Da quel giorno penso sempre a come sarebbe stato il nostro futuro. Papi mi manca: non sarà con me nelle tappe più importanti della mia vita. Non potrà sgridarmi quando sbaglio o incoraggiarmi dopo una sconfitta. Non potrà prendermi per mano. No, per ora non mi sento di parlare di perdono. In futuro forse, chissà...».
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